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Mike and the Mechanics @ Alcatraz di Milano lunedì 11 settembre

  • by Claudio Lodi
  • 24 Days ago

Unica data italiana, all’Alcatraz di Milano nella data nefasta dell’undici settembre, del gruppo capitanato da Mike Rutherford, ben intesi, non il Main Stage dei grandi concerti ma il modestissimo palco laterale … Bisogna farsene una ragione, considerando che i concerti italiani del side-project di uno dei padri fondatori del gruppo prog per eccellenza, si possono contare sulle dita di una mano (tra l’altro senza pollice!).

Ipotizzare che il prezzo del biglietto fosse un pochino alto potrebbe, in parte, quietarci ma non basterebbe da solo a conciliarci. Se aggiungiamo a questo che il concerto è anche una sorta di Greatest Hits (la scaletta comprende solo tre brani (quelli belli!) dell’ultimo album e poi Another Cup of Coffee, Get Up, Silent Running, Land of Confusion, Beggar on a Beach of Gold, Over My Shoulder, All I need is a Miracle, The Living Years e Word of Mouth!) si può decretare la fine di una futura presenza da queste parti. D’altronde le date all’estero di Mike registrano da anni il pienone!

Nessuno può davvero aspettarsi dai meccanici un concerto di un certo tipo. Mike non è più quello di In The Colony of Slipperman o mille altre composizioni dove le innovazioni al basso lo collocarono per tutti gli anni settanta tra i grandi della musica internazionale, anche, perché no, per quell’aspetto trasandato da prog-nerd e i modi alquanto rilassati. Oserei anche aggiungere che il buon vecchio Mike evita le parti più complesse del proprio repertorio, passando dal basso alla chitarra ritmica e concedendosi un solo pseudo assolo durante All I need is A Miracle, quasi in chiusura dello spettacolo. Tra l’altro non male come assolo ma dannatamente poca cosa rispetto all’oggettiva bravura dei due cantanti Tim Howar e, soprattutto Andrew Roachford che riescono a trascinare il pubblico presente, cosa che, francamente, sembra non essere una priorità né per Mike né per il resto della band che comprende Anthony Drennan (il chitarrista del tour di Calling All Stations). Proprio quest’ultimo accenna, durante la parte finale dei saluti, a Dancing With The Moonlit Knight e Firth of Fifth prima di passare al tema di James Bond e altro. Non a caso il momento musicale di maggiore spessore è stato, almeno per il sottoscritto, il brano Cuddly Toy dal repertorio di Roachford. A questo ha fatto seguito la celebre I Can’t Dance, resa interessante proprio dalla parte inedita di tastiera di Roachford che più tardi accenna a Superstitious di Stevie Wonder per movimentare un po’ il pubblico.

Bis a cappella di Roachford che intona The Living Years, vero cavallo di battaglia, e chiusura con la fastidiosa Word of Mouth sebbene adatta alla voce di Howar.

Togliamo l’indugio: quello a cui abbiamo assistito è stato decisamente un bel concerto, anche perfettamente brillante e fresco sotto molti punti di vista, ma pur sempre un bel concerto di Mike and The Mechanics!

Articolo e foto di Antonio De Sarno

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