Marillion in concerto, Teatro Arcimboldi

  • by Claudio Lodi
  • 12 Days ago

“Una volta ero al centro del palco ma è giunta l’ora di crescere e osservare la bellezza del tutto dall’oscurità dietro le quinte”.

(White Paper)

Milano conquistata ancora una volta dal quintetto britannico che da quasi tre decenni vede indiscusso frontman il carismatico Steve Hogarth, grande comunicatore anche in un luogo come il teatro degli Arcimboldi, pieno oltre le già rosee aspettative.

La scaletta è stata quella delle grandi occasioni. Il primo tempo é stato totalmente dedicato alla trasposizione dell’ultimo Fear, con le sue dinamiche chiaroscurali ormai note ai più. A oltre un anno dalla sua uscita il pubblico ha potuto cogliere e gustare ogni sfumatura dei cinque pezzi ‘non facili’ che compongono un disco che ci offre uno sguardo molto preoccupato e preoccupante sul mondo moderno.

Tanti bei momenti da condividere ma il finale di The Leavers, con il “solito” inarrivabile assolo di Steve Rothery, quasi una versione moderna di Lavender/Blue Angel, e la desolazione che ognuno di noi prova ad ascoltare la triste lettura del nuovo ordine mondiale di The New Kings erano sicuramente memorabili. 

Le scalette presenti in rete facevano intuire che il secondo tempo sarebbe potuto essere una specie di greatest hits live ma non poteva proteggerci dall’assalto di tante emozioni (anche, lo ammetto, legati ai tanti ricordi) che scaturiscono dall’ascolto di brani che fanno parte delle nostre vite, The Space, Afraid of Sunlight ( dedicata a Tom Petty, scomparso il giorno prima ), The Great Escape, Easter e Go (con il pubblico felicissimo di stare finalmente sotto il palco dopo che Steve ha confessato il disagio per un pubblico posto così lontano ed è sceso nel parterre per aprire la zona riservata agli orchestrali, lasciando di stucco la sicurezza ), Man of a Thousand Faces e i due bis con Waiting To Happen e lo psichedelico Neverland. Con buona pace per il simpaticone (nostro fedelissimo lettore!) che ha richiesto Market Square Heroes a gran voce ad un certo punto.

Come piccolo particolare curioso, mentre il pubblico tornava ai propri posti alla fine di Go, il gruppo ha improvvisato una strana versione di House of The Rising Sun.

I Marillion hanno dimostrato, per l’ennesima volta, di essere quello che sono: un gruppo che non delude mai chi lo segue e che mantiene sempre viva la favola della musica come fonte inesauribile di emozioni. Il mio cuore, già malconcio alla fine del secondo tempo, non avrebbe retto anche a, per esempio, Three Minute Boy o King. Ma nessuno può seriamente lamentarsi perché mancava qualche pezzo preferito dopo un concerto così. 

Testi e Foto Antonio De Sarno

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