2Days Prog + 1 Festival, domenica 9, 2018

  • by Claudio Lodi
  • 2 Months ago

Memory of A Free Festival

Nel buio della sala dell’Auditorium parte l’ultimo giorno dei 2+1 giorni di Veruno 2018, in cui il giovanissimo quintetto viennese dei Mindspeak ci presenta in anteprima i loro brani di prog sinfonico con venature hard.

Parte con grande slancio il set sul main stage ed è un crescendo di energie e giovinezza (in apertura il progetto del musicista Philipp Nespital (Smalltape) e a seguire l’eclettico crossover che spazia fra i generi più disparati dei Kyros) fino ai più rodati Von Hertzen Brothers che riescono a convincere tutti i presenti con la loro musica accattivante e decisamente festivaliera.

Per concludere la serata, e la decima edizione del festival, arriva la classe dei Vanilla Fudge e con loro una importante pagina di storia, quegli anni che traghettano gli anni ’60 verso il rock maturo che segue le orme che loro per primi hanno tracciato. Salgono sul palco per sistemare gli strumenti e attaccano a suonare senza neanche presentazioni, dimostrando una voglia di suonare unica. E come si poteva non chiudere una serata del genere se non con una canzone dei Beatles?

Se la teoria quantistica ci insegna qualcosa (come ha accennato anche Gianni Nocenzi sabato) è che le categorie di passato e futuro hanno poco senso (e anche le barriere di età alle quali siamo abituati). Allora, nonostante possa sembrare una bella serata di fine estate del 2018, siamo invece in piena Summer of Love, e ci tocca chiedere scusa a qualche politico contemporaneo e al suo seguito di leoni da tastiera e quant’altro.

Basta soffermare lo sguardo sui volti del pubblico, composto da appassionati, artisti, anche di scorse edizioni, organizzatori e volontari, per capire che qualcosa che è l’esatto contrario dell’odio, l’invidia e del sospetto, predicate oggi da chi vorrebbe rappresentarci, è presente nelle anime qui riunite. Quindi, che importa se il cantante sbaglia l’ingresso o dimentica il testo?  Che importa se le proposte sono “troppo” questo o quello (non ci sono più le serate a tema di una volta!) o se un’icona della succitata Summer of Love continua a salutare un’improbabile platea di “Verona” e se, alla fine, ci va bene lo stesso?

Davanti ai miracoli quotidiani a cui questi tre giorni ci hanno abituati non ci sono aggettivi. Che prezzo avrebbe incontrare amici o farsene di nuovi, sentirsi parte di una comunità non interessata solo al guadagno o all’autocompiacimento narcisistico che è il vero tratto che caratterizza questa società malata, volere dire (dalla platea) “un giorno voglio esserci io su quel palco” e poi, pochi anni e tanto impegno dopo, STARE su quel palco e poterlo raccontare (vero, Peter Episcopo?) è molto meglio di una seduta psicoanalitica, non trovate? Questa è la nostra medicina, questa è la nostra terapia di gruppo. Ricordatevi sempre che noi “siamo nati (tutti) liberi”.

Testo e foto: Antonio De Sarno

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