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Intervista The Winstons al Mi Ami Festival, Milano 27 maggio

  • by Guido Bellachiona
  • 7 Months ago

Miracolo a Milano coi Winstons al Circolo Magnolia per il Mi Ami Festival

Testo e foto: Antonio De Sarno

Trio superpremiato dai lettori di Prog Italia, The Winstons, ovvero Roberto Dellera, Enrico Gabrielli e Lino Gitto, ricordando il plebiscito per il disco migliore del 2016, si ritrovano nella situazione inedita di suonare all’interno di un festival definito “indie” (anche se sulla definizione del termine, da posizione contrattuale a genere musicale la storia sarebbe lunga) a cercare di dominare un pubblico concentrato più all’evento che ad eventuali contenuti musicali. Da questo punto di vista la 13esima edizione del Mi Ami è quanto di più vicino si possa immaginare ad un “happening” che si sviluppa su più giorni e che effettivamente tocca generi diversissimi tra loro, dal cantautorato all’arte contemporanea, dal rock al trash. Il backstage è abbastanza caotico, come era prevedibile, ma siamo riusciti a scambiare lo stesso quattro chiacchiere con

Dopo il primo apprezzatissimo album e le prime date a nome The Winstons, avete pubblicato una bellissima versione di Golden Brown, successo degli Stranglers del 1981…

Enrico Gabrielli: È un pezzo molto caro a Roberto. Credo volesse farlo da molto tempo, anche da solo, essendo molto nelle corde della sua voce. Noi ne abbiamo fatta una versione alla The Winstons…

Roberto Dellera: È un pezzone, nonostante io non sia un superfan degli Stranglers. Mi era sempre piaciuta quella melodia, con il suo testo così aperto ad interpretazioni e poi, come diceva Enrico, è proprio nel mio range vocale.

Insieme a Golden Brown abbiamo Black Shopping Bag, un pezzo inedito e molto interessante. Preannuncia quello che sarà il vostro prossimo album?

RD: Non ci facciamo delle idee! Le previsioni sono futuristiche, l’abbiamo incisa e scritta abbastanza al volo per essere registrata a Londra con Luke Oldfield, il figlio di Mike Oldfield. L’abbiamo assemblato due giorni prima e abbiamo mandato il file ad Enrico. L’idea era quella di fare un “singolo” come si faceva una volta.

Infatti è uscito in vinile! Viviamo tempi strani. E’ come Robert Wyatt (eterno outsider della musica inglese) che suona sull’ultimo di Paul Weller, in cima alle classifiche britanniche…

RD: Si conoscono da anni, sono molto amici da almeno vent’anni. Sentire loro insieme è una bella cosa ma hanno in comune questa vena umanistica e sociale, al di là delle apparenti differenze generazionali.

Ecco. L’amicizia. La prima impressione che ho ricavato dall’ascolto del vostro disco è quello di un gruppo di amici che si diverte alla faccia delle mode o della critica musicale, certo non favorevole a tutto ciò che sa di progressivo…

RD: Proprio così. Divertimento al 100 percento!

EG: Non c’è concept migliore del “just for fun”.

RD: Comunque sono cambiate le cose, rispetto alla critica, anche grazie alle riviste come Prog che piacciono. Il prog si è sdoganato come nel caso dei Lemon Twigs, un duo psichedelico che adesso parla apertamente di prog tra le scelte musicali. Quindi non solo in Italia.

EG: Fondamentalmente si sta accettando l’idea che possono coesistere diverse influenze musicali, specialmente se sono belle.

RD: Si sta sdoganando. Noi siamo estremamente lusingati dal fatto che ci abbiano invitati qua a fare gli Headliner (!) dopo un tot di band come i Gazebo Penguins che fanno un genere di rock diversissimo dal nostro, o i Canova che hanno un appeal sul tessuto sociale italiano completamente diverso da noi.

E.G: Io c’ero già stato con altri progetti, le connessioni c’erano già, ci suonai già alla prima edizione con i Mariposa, nel 2004. All’epoca non si parlava nemmeno di Indie, Alternative e quant’altro. Siamo di fatto legati a molti dei musicisti qui. Il che ci fa capire quanto la musica sia legata a una questione di relazioni. Le relazioni c’entrano poco con i generi musicali.

Comunque avete stravinto stasera, a giudicare dalla reazione del pubblico. Un piccolo miracolo quasi! Tra l’altro avete da poco suonato a Roma con Richard Sinclair. Lavorerete mai insieme in studio?

RD: Non abbiamo programmato niente, come al solito, ma l’idea di coinvolgerlo c’è. E’ un personaggio molto peculiare. E’ in Italia da sette anni e continua a parlare in inglese, e poi, per incapacità imprenditoriali, non è stato capace di reinventarsi e sarebbe meraviglioso riuscire a fare qualcosa di serio con lui ma anche che lui facesse qualcosa di suo!

Siete tutti e tre dei polistrumentisti. Quanto vi aiuta dal vivo il poter passare da uno strumento all’altro?

RD: Aiuta perché siamo solo in tre! Io suono basso e chitarra con due note finte alla tastiera. Però ballo! Il più estremo è Lino che canta, suona la batteria e poi passa alle tastiere!

EG: Non ci abbiamo pensato ma ci aiuta perché siamo in tre.

Quindi non allargherete mai il gruppo?

EG: Secondo me, in tre è una cosa fantastica. Poi non sono mai stato un fan delle chitarre in generale, sono molto affezionato all’idea vecchia scuola del power trio, basso, batteria e tastiera. Così mi piace.

Il tutto ci rimanda all’idea iniziale di formare il gruppo…

EG: Ero in Giappone e nel mio quartiere stavano diffondendo Tarkus per strada, così ho detto ai miei più cari amici, così per divertirci, di fare quella roba lì. Un’occasione di incontro più che altro. E’ stato il desiderio di fare cose insieme.

Però in Giappone non ci avete ancora suonato!

EG: Sarebbe bello, è una meta!

Un’altra cosa interessante, secondo me, è che avete tratto spunto solo da gruppi stranieri, nonostante la scena italiana fosse molto ricca all’epoca. Quindi si sente di tutto, dai Soft Machine ai Pink Floyd, ma niente ricorda la scena beat italiana di fine anni ’60… 

RD: Ci siamo trovati ad avere lo stesso piacere ad ascoltare dei gruppi che avessero una certa provenienza, quel mondo lì. Nessuno di noi tre è particolarmente appassionato di prog. Il disco è uscito per la AMS e quindi il prog c’entra per forza…

EG: Abbiamo un’attitudine molto più grezza, quasi garage.

RD: Quella fase di “sabotaggio” della musica pop. Forse quella cosa lì c’è stata in Italia ma non fu così documentata. Quello che facciamo noi, secondo me, è qualcosa di molto distante dal classico prog italiano. La band a cui ci sentiamo più affini, dovendo per forza fare dei nomi, sono gli Area.

EG: Concordo.

Al di là del discorso strettamente politico, credo che molti dei gruppi storici italiani fossero troppo “seri” alla lunga…

EG: Aulici.

RD: Ci ha detto Mark Harris, musicista bravissimo (in Italia dalla fine degli anni 60 e fondatore insieme a James Senese dei Napoli Centrale, produttore di De André) quando gli abbiamo fatto sentire il disco dei Winstons: ”cazzo, sembrate quella cosa che in Italia non c’è mai stata”. Lui, che ha vissuto tutto quel periodo, ha avuto la sensazione che molti gruppi italiani introdussero elementi classici e jazz il tutto suonasse molto artefatto. Io ho convenuto su questa cosa, sul “famolo strano” a tutti i costi per sembrare chissà che. Quella cosa sicuramente non ci appartiene, non per volerlo giudicare ma proprio per come siamo fatti noi.

Va anche detto che avete avuto anche qualche decennio per assimilare la musica che chi, suonando all’epoca, non ha magari avuto…penso ai Garybaldi e Hendrix…

RD: La storia racconta che molti di quella generazione lì hanno finito per degenerare. Comunque non c’è stato nessun processo mentale per arrivare a fare il nostro disco. Anche il nuovo lavoro, che stiamo registrando, nasce da questa volontà di essere semplicemente noi stessi fino in fondo.

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