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Obiettivo Rock, Ameno (NO) 2 Giugno – 2 Luglio

  • by Claudio Lodi
  • 1 Month ago

La mostra è la rappresentazione, a volte plateale, altre volte intima, di un’epoca, quella d’oro della musica rock. Oltre all’allestimento fisico (davvero ben fatto, a cura della FG Design di Gabriele Polidori e della Backstage ), sono proprio le foto, ognuna un’opera d’arte, a rapirci e proiettarci con la fantasia verso palchi (ma non solo) storici ed entrati nell’immaginario collettivo da mezzo secolo almeno. Un’enorme sforzo organizzativo ma anche un’immensa passione per quella musica oggi un po’ passata in secondo piano nel nome dell’intrattenimento. Ci spiega l’organizzatore nonché storico discografico, Massimo Bonelli: 

Obiettivo Rock racconta la storia della musica rock dalla fine degli anni ’60 ai giorni nostri. I fotografi che hanno partecipato alla mostra, alcuni sono qui, altri sono assenti giustificati (Fabio Treves suona a Rovigo per esempio), beh, ci sono Paolo Brillo, Renzo Chiesa, Bruno Marzi,  Massimo Monghini, Moreno Nicoloso, Fabio Nosotti, Graziano Perotti e Rodolfo Sassano. La mostra è loro, noi l’abbiamo costruita ma è fatta con le loro opere.

Vi dico una cosa, la mostra è molto bella ma è anche molto delicata, quindi tenete le mani in tasca ed entrate con calma. Non vorremmo che cadesse giù tutto! Ringrazio anche Maria Olivero per la performance di oggi e il James Dean italiano, che gira tutta l’europa con il suo Love Bus e l’originalità della sua proposta musicale, Tao, che si esibirà qui il 24/6 al museo.Il 17 Giugno, invece, ci sarà Boris Savoldelli, quello che definisco una “voice orchestra”, della scuola di Demetrio Stratos, basta dire che anche il New York times ne ha parlato e farà, tra l’altro, anche Voodoo Chile di Hendrix con la sola voce, un vero fenomeno. Il 2 luglio, il giorno della chiusura c’è il trio di chitarristi Los Chitarones che ci fanno un giro del mondo musicale con le chitarre. Una vera festa musicale, insomma.

Prima di entrare nel museo, infatti, abbiamo assistito ad una carrellata di brani che hanno fatto la storia del rock, interpretati dalla bravissima Maria Olivero ed il chitarrista Mauro Roasio.

La mostra.

Si passa attraverso una bellissima immagine di Mick Jagger, i cui lineamenti da giovane, diventano l’ingresso a tenda verso il mondo fantastico che ci aspetta, quindi si approda alla sala più grande, con tanto di parete che riproduce la copertina di Abbey Road (meta dei selfisti più incalliti) a sitar, amplificatori e mille strumenti vintage che ci calano nell’atmosfera della mostra.

Tanta tecnica nelle foto esposte, tanti volti noti, anche tra gli spettatori, ma anche tanta voglia di raccontare le storie dietro, la passione infinita che si cela dietro alla ricerca dell’immagine perfetta. L’isola di Wight (fotografata da Fabio Treves), i Beatles a Milano, Hendrix al Piper…provate un po’ ad immaginare l’emozione nel vedere i nostri eroi, spesso immortalati in stato di grazia, passare davanti ai vostri occhi. Una recentissima foto di Nick Mason alla guida di una delle sue amate macchine d’epoca, Neil Young che calca un palco italiano pochissimi mesi fa, uno scatenato Iggy Pop a Londra…e poi la galleria di leggende che ci hanno lasciato da Lou Reed a David Bowie, Leonard Cohen, Giorgio Gaber…un elenco dolorosamente lungo…

Approfittando di un’attimo di calma ci siamo avvicinati a Renzo Chiesa, uno dei fotografi meglio rappresentati della mostra. Quanto tempo avete impiegato per selezionare gli scatti?
Avevo già il materiale selezionato perché fa parte della mia mostra che si evolve continuamente. Anche gli altri fotografi hanno mandato già delle selezioni, Massimo credo abbia tolto solo qualche foto per mancanza di spazio.

C’è qualche scatto a cui sei particolarmente affezionato? Uno scatto che ricorda un’epoca?
Beh, forse è un pò come il primo amore. La prima volta non si scorda mai, la foto di Hendrix esposta, per me è questo, l’inizio di un’era.

 

Come è cambiata la tecnica per le riprese dal vivo? Ho visto che avevi al collo una mirrorless della Fuji.
La Fuji che avevo al collo la uso proprio in situazioni come questa. E’ piccola leggera….io credo di fotografare come con l’analogica, anche dal vivo, solo che col digitale puoi scartare immediatamente il materiale scadente e poi con la post-produzione puoi stravolgere una foto…l’unica cosa che potevi fare con la pellicola era “tirarla” un po’ in sviluppo.

Invece oggi, per cambiare la sensibilità ci vuole un’attimo. Mettendo da parte l’aspetto tecnico, quali sono i personaggi del rock che non sei riuscito a fotografare?
In realtà ho lavorato assiduamente nel mondo musicale solo per una decina d’anni o poco più, per cui sono tanti quelli che non ho fotografato, due su tutti Prince e Michael Jackson, i Beatles no perché ero un bambino.

Qualche concerto in cui ha temuto per la tua incolumità?
Il concerto a Milano, al Vigorelli, dei Led Zeppelin e’ stato interrotto dai lacrimogeni della polizia, che voleva fermare gli autonomi che, come si usava all’epoca, volevano entrare a gratis. Non ho mai capito perché non sparavano a loro, che erano fuori, invece sparavano a noi che eravamo già dentro, con il biglietto pagato. Li ho avuto paura.

Scattando durante il concerto accresce l’esperienza del live o il contrario? 
Non capisco bene la domanda. So solo che quando sono concentrato a fotografare il resto passa in secondo piano, anche un bell’assolo alla chitarra.

Vedo che hai capito benissimo, invece!

Nella mostra ci sono anche tantissimi ritratti fatti in studio o comunque in posa. Secondo te il ritratto ideale è quello o è quello dell’artista sul palco?
Quando si parla di ritratto, generalmente si parla di foto in posa. Anzi, sempre.

Torniamo a scambiare due battute con l’ideatore della mostra, Massimo Bonelli. Da cosa nasce la tua passione per la musica?
Nel 1971 ero un giovane appassionato di musica, come tanti all’epoca, ed ho avuto la fortuna , anzi il privilegio, di entrare nel mondo discografico. Da allora ci ho lavorato per quarant’anni. Ti dirò, da quando non ci lavoro più questa passione è anche aumentata. E’ stato il momento più creativo dell’industria discografica, dal 1971 al 2009, dopo di che, oltre al meritato riposo, la musica ha cominciato ad essere qualcosa di interessante solo per i canali televisivi e non per la ricchezza della immaginazione che si andava affievolendo un po’ alla volta. in quarant’anni mi sono occupato di produzione e di marketing fino ad arrivare a essere il direttore generale della Sony Music. La passione della musica l’ho sempre coltivata e posso dire di aver conosciuto tutti da Dylan a Springsteen, dai Pink Floyd a Tina Turner. Credo di aver lavorato con 400 artisti.

Hai qualche ricordo legato alla musica degli anni ’70? Al rock progressivo magari?
Non credo nelle categorie musicali. Uso il termine “rock” nel senso più ampio del termine, cioè dal rock’n’roll al blues e tutto quello affine alle emozioni musicali.

Qual è stato il progetto più ambizioso a cui hai lavorato?
Il progetto più ambizioso, da John Lennon ai Pink Floyd, era sempre quello in cui dovevi promuovere dischi di artisti importanti che dovevano assolutamente avere successo. L’esempio che mi viene in mente è quando ho avuto “in eredità” Michael Jackson e il successore di Thriller, un disco che vendette un numero impressionante di copie. Dovevo discutere direttamente con lui per le idee che avevo, era un personaggio geniale e faceva tutto da solo o quasi. Misurarsi con lui è stato piuttosto impegnativo. Valeva anche per artisti come Frank Zappa, ma in questo momento ricordo quest’episodio. E’ stato uno degli studi più lunghi a livello di marketing.

Non oso immaginare la promozione di History…
Anche quello! Dovevamo installare una statua di Michael in Galleria Vittorio Emanuele a Milano! Filippo D’Averio ci avrebbe dato lo spazio ma nessun altro assessore era d’accordo, quindi grazie all’amicizia che avevo con Claudio Cecchetto l’abbiamo messa all’Acquatica di Milano e si son presentati 6000 fan!

Era visibilissima dalla tangenziale!

Con Zappa abbiamo lavorato solo per un paio di dischi e l’abbiamo anche portato a suonare a Milano, al Palatrussardi, se non ricordo male. Anche con i Queen e Freddy Mercury. A dirla tutta forse è più facile dire con chi non ho lavorato!

Ci sarà qualcuno…
Italiano, sì. L’unico che mi manca, che non ho nemmeno incontrato, è Paolo Conte! A livello internazionale, invece, ho lavorato con tutti quelli con cui avrei voluto lavorare. Prima di chiudere avevo lavorato sul film dedicato a Dylan ed un suo cofanetto. In quell’occasione Dylan mi regalò un suo quadro. L’artista donna più simpatica è stata senz’altro Cindy Lauper! Eravamo a ballare su un tavolino alle due di notte in un locale di Bari e lei raccontò quell’episodio al David Letterman Show come la più bella esperienza della sua vita! Gli artisti con cui ho legato di più in tutti questi anni sono stati Bruce Springsteen ed Eddie Vedder.

Passiamo alla mostra…
La mostra ha come colonna sonora Gimme Shelter dei Rolling Stones e anche la scelta di dover passare attraverso Mick Jagger per visitare la mostra è significativo. Attraversi la storia della musica, anche fisicamente.

C’è un’idea cronologica nella mostra?
No, c’è qualche frammento di logica, ma ho voluto distanziarmi dalle categorie. In ogni momento devi poterti emozionare. Odio la catalogazione per generi, serve solo per ordinare i disci negli scaffali, ma per quanto mi riguarda esiste solo la categoria dell’emozione. Non c’è Prog o Punk. Sono solo nomi che la gente usa perché non sa dove mettere i dischi.

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