In ricordo di Vangelis. Una sua intervista da Prog Italia 11

Il 19 maggio è arrivata la notizia della scomparsa di Vangelis. Lo ricordiamo con l’articolo-intervista apparso su Prog Italia 11 (marzo 2017).

“Ogni singola nota che suono è frutto di un processo completamente istintivo. Non c’è nessun ragionamento alla base e non ho alcuna idea, programma o progetto precostituito. Mi limito a seguire il flusso fin quando la musica non ha più bisogno di me”Vangelis Phapatanassiou

Non è certo un mistero che Vangelis sia un uomo riservato, che ha concesso ben poche interviste durante la sua carriera. Questo tipo di attività evidentemente gli interessa poco, visto il suo costante impegno con la musica: non appena pubblica un nuovo album, la sua attenzione è già rivolta al progetto successivo. Tuttavia, siamo riusciti a ottenere, in via eccezionale, un’intervista con il grande quanto schivo compositore greco; l’occasione ci è stata offerta dalla pubblicazione di un imponente cofanetto di 13 dischi, DELECTUS – che comprende tutti i suoi lavori per la Vertigo e la Polydor, compresi gli album a firma Jon & Vangelis – e dall’uscita di ROSETTA, il suo primo disco in studio dopo quindici anni (l’ultimo è stato MYTHODEAdel 2001).

In un primo momento il nostro incontro era stato annullato a causa di un impegno di Vangelis. Il contrattempo ci aveva messo un po’ in ansia a dire il vero, perché temevamo di tornarcene a casa a mani vuote; fortunatamente però l’appuntamento è stato solo rinviato al giorno seguente. Così, all’ora stabilita, siamo andati a trovarlo nella sua casa-studio nel cuore di Parigi.

Abbiamo conosciuto così un uomo intelligente e brillante, dalla grande umanità e dallo spiccato senso dell’umorismo. Durante la cena ci ha raccontato dei suoi quattordici anni a Londra, della sua passione per gli accenti britannici, per la commedia inglese e per i film degli Ealing Studios.

“È stato uno dei periodi migliori della mia vita”, dice ridendo. “Ho avvertito molto le differenze culturali quando sono arrivato in Inghilterra a metà degli anni 70, ma ho imparato ad adattarmi. Venivo da una realtà culturalmente diversa in cui i caffè e i ristoranti erano aperti fino a tardi e per me è stata una sorpresa vedere che a Londra quasi tutti i locali chiudevano alle dieci e mezza di sera; almeno così era negli anni 70 in Gran Bretagna. Qui a casa mia a Parigi ho una targa di Hampden Gurney Street, la via in cui si trovava il mio vecchio studio”.

Dopo la cena, Vangelis ci ha invitato nel suo studio per ascoltare il nuovo materiale a cui sta lavorando. Inutile dire che la cosa lì per lì ci ha letteralmente lasciato senza fiato. Per l’artista ellenico comporre musica è realmente un’occupazione quotidiana. Come lui stesso ha rimarcato, dopo aver ascoltato con noi i suoi brani: “È importante che si capisca che per me fare musica è un processo naturale e istintivo come respirare”.

“Se un mio brano dura sei minuti e trenta secondi, di solito significa che ho impiegato proprio quel tempo a scriverlo”, ci dice a proposito del suo metodo compositivo. “Questo si deve al sistema che utilizzo per registrare e alla tecnica che ho sviluppato negli anni. Quando inizio a comporre, ho accesso immediato a tutti i suoni di cui ho bisogno, o meglio di cui la musica ha bisogno; in questo modo riesco a lavorare in modo più completo. È un metodo che mi permette di non dover affrontare successivamente il missaggio, perché il missaggio avviene nel momento stesso in cui suono. È una tecnica che consente di lavorare in modo molto più libero. A volte quando ascolto i brani che ho registrato qualche mese prima mi chiedo da dove siano venuti, ma ciò che conta è seguire l’ispirazione del momento, quando arriva, e non aver paura di fare errori”.

Il suo progetto più recente, a cui abbiamo già accennato in precedenza, è ROSETTA. Il 30 settembre 2016 è stato un giorno fondamentale per la storia dell’esplorazione dello spazio. Si è conclusa infatti in quella data la missione intrapresa dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) verso la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko: la sonda spaziale Rosetta è stata fatta impattare sulla cometa, dopo aver raccolto e inviato dati alla Terra per due anni, grazie al lander Philae, fatto atterrare con successo sulla superficie della cometa nel novembre del 2014. È stato un trionfo per la cooperazione internazionale e un grande traguardo per la ricerca scientifica.

L’idea di comporre un album ispirato alle vicende della sonda spaziale è maturata nel 2014; qualche tempo prima, infatti, Vangelis aveva avuto l’opportunità di contattare l’astronauta ESA André Kuipers, che era impegnato nella missione e si trovava a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. La conversazione è stata di grande ispirazione per l’artista che si è offerto di comporre la musica per celebrare la missione Rosetta.

“La prima volta che ho lavorato a dei progetti che avevano a che fare con lo spazio è stato quando ho conosciuto Carl Sagan”, dice. “Ha utilizzato alcuni miei brani per la sua serie televisiva Cosmos; in seguito, ho iniziato una collaborazione con la NASA e con l’Agenzia Spaziale Europea che porto avanti ormai da anni. Sapevo che un giorno, in qualche modo, avrei fatto parte della ricerca scientifica. Ho sempre considerato la musica stessa una scienza. E questo è quanto”. E in effetti, anche l’album MYTHODEA del 2001 è stato ispirato dalla missione Mars Odyssey della NASA…

Durante la nostra conversazione Vangelis passa con disinvoltura dal passato al presente, senza dimenticare di citare l’uscita del cofanetto DELECTUS a febbraio. A proposito del passato, gli chiediamo di una sua celebre dichiarazione, in cui si è autodefinito “un ponte che permette alla musica di emergere dal caos e dal rumore”. Ci spiega: “Credo che la musica sia come innata nell’uomo e che l’essere umano abbia una memoria collettiva. Se si è d’accordo con questa teoria, che per me è un dato di fatto, e si conviene che è stata la musica stessa in qualche modo a crearci e che siamo parte, appunto, di una memoria collettiva, tutto il resto viene da sé. Provo a spiegarmi meglio: non sto parlando della musica che si sente alla radio, che è solo una piccola parte del tutto, come il ramo di un grande albero. Mi riferisco piuttosto all’aspetto scientifico della musica: quello per me è il tutto, l’albero, se non addirittura la foresta, e oltre”.

Durante la sua cinquantennale carriera, iniziata con gli Aphrodite’s Child e proseguita poi come solista, Vangelis si è dimostrato un artista incredibilmente prolifico. La sua è una produzione davvero impressionante: ha sempre sfruttato fino al limite le possibilità offerte dalla tecnologia, raggiungendo livelli di creatività davvero notevoli; il suo genio creativo può vantare diversi tentativi di emulazione, ma pochi sono andati a buon fine.

“Il termine ‘carriera’ non mi è mai piaciuto”, dice, riflettendo sull’argomento. “Scrivo musica tutti i giorni semplicemente perché è la mia vita, è quello che faccio da sempre. Non mi è mai piaciuta l’idea di far parte dell’industria musicale. Per me avere a che fare con le case discografiche è stato, fin dagli inizi, solo un mezzo per fare musica, cercando sempre di lavorare, per quanto possibile, alle mie condizioni”.

L’istanza di Vangelis di fare musica alle proprie condizioni risale ai tempi degli Aphrodite’s Child, il celebre gruppo progressive rock di origini greche che lo ha fatto conoscere al grande pubblico alla fine degli anni 60. La band – di cui facevano parte anche il cantante e bassista Demis Roussos, il batterista Loukas Sideras, e il chitarrista Anargyros ‘Silver’ Koulouris – registrò il suo primo singolo nel 1967 con la Philips Records, inizialmente con il nome The Papathanassiou Set.

Seguendo il consiglio di uno dei responsabili della filiale greca della Philips, il gruppo decise di cercare fortuna in Inghilterra. L’idea di esplorare nuovi orizzonti musicali in terra britannica era piuttosto allettante per i quattro musicisti; il gruppo decise così di lasciare la Grecia, che oltretutto era da poco caduta sotto un golpe militare. Ma una serie di contrattempi rischiarono di compromettere la riuscita del progetto. Prima della partenza, infatti, Silver Koulouris ricevette la chiamata per la leva militare e si trovò costretto a prestare servizio nell’Esercito Nazionale; così la band dovette partire per l’Europa dell’Est senza il suo chitarrista.

I tre riuscirono ad arrivare a Parigi, ma, dopo aver risolto le questioni burocratiche con l’Inghilterra per i permessi di lavoro, rimasero bloccati in Francia a causa di uno sciopero nazionale dei trasporti, uno dei primi episodi del Maggio francese, il movimento di protesta degli operai e degli studenti che sconvolse il Paese nel ‘68. “Il primo contratto che ho firmato è nato dalla necessità”, ricorda Vangelis. “A causa di tutti i problemi che c’erano in Francia in quel periodo, eravamo bloccati e senza un soldo. Non potevo nemmeno chiamare in Grecia per chiedere aiuto, così mi sono presentato alla sede della Mercury Records in Francia ottenendo, almeno, la proposta di un contratto. Non avevamo molta scelta, a quel punto eravamo obbligati a firmare qualsiasi cosa pur di sopravvivere. Infatti il contratto non era un granché, ma ci ha permesso di farci conoscere al pubblico e di vendere i primi dischi”.

Una volta firmato con la Mercury Records, Lou Reizner, produttore e direttore della filiale europea dell’etichetta, suggerì ai Papathanassiou Set di cambiare il nome in Aphrodite’s Child, molto più spendibile in ambito internazionale. Nel maggio del 1968, registrarono il singolo Rain And Tears, che diverrà un successo mondiale. Il loro primo album, intitolato END OF THE WORLD,fu distribuito in tutta Europa dalla Mercury Records nell’ottobre del 1968, corredato da una copertina psichedelica che incarnava perfettamente l’identità musicale del gruppo: commerciale, ma al contempo sperimentale. Tra il 1968 e il 1970, gli Aphrodite’s Child erano ormai una delle band di maggior successo in Europa, ma Vangelis si sentiva sempre meno a suo agio con la fama e la celebrità che il successo gli aveva portato.

“Non ho mai compreso questo fenomeno della celebrità”, dice, con un gesto di stizza. “Non ero affatto interessato a essere fotografato o a leggere quello che dicevano di me i giornali”.

Koulouris rientrò nella band nel 1970, e il suo arrivo coincise con la decisione di Vangelis di dare una svolta più progressive e sperimentale agli Aphrodite’s Child. Così, nel giro di un anno, la band compose e registrò un leggendario doppio album,666, l’apice della loro fase sperimentale. Il tema centrale del disco era un Libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse di San Giovanni; insieme ai richiami evangelici, l’album conteneva numerosi riferimenti alla cultura underground degli anni 60 e 70. Era un’opera estremamente innovativa e all’avanguardia, e al contempo di grande bellezza; l’album però causò non pochi dissidi all’interno della band e, poco prima della sua pubblicazione, gli Aphrodite’s Child decisero di sciogliersi definitivamente.

Vangelis sembra tuttora piuttosto indignato per l’iniziale rifiuto della Mercury’s Records di pubblicare 666. “L’etichetta non comprese il tema dell’album e lo giudicò blasfemo”, dice sbuffando. “Si riferivano in modo particolare al brano Infinity, in cui le parti vocali erano affidate all’attrice greca Irene Papas; saranno state magari particolarmente intense, d’altronde era un disco in linea con lo spirito avanguardista di quei tempi, ma non erano certo pornografia, come sosteneva la casa discografica. Spiegai loro che Irene era un’attrice molto famosa e rispettata in patria e che anche il suo coinvolgimento nel disco andava considerato con altrettanto rispetto.

“In quell’occasione mi sono reso conto per la prima volta del profondo divario che a volte si crea tra il modo di pensare di un’etichetta e quello di un artista. Secondo la Mercury, 666non era un disco adatto per il mercato; non capivano minimamente ciò che stavo cercando di realizzare in quel momento”. Così, 666 rimase negli scaffali della Mercury per un anno, visto che né l’etichetta, né Vangelis erano disposti a cambiare le proprie opinioni.

“A un anno dalla registrazione del disco, ho deciso di dare una festa per festeggiare la ricorrenza”, dice ridendo. “Ho preso in affitto lo studio nel quale l’avevamo registrato, ho comprato una grande torta di cioccolato e una candelina, e ho organizzato una festa alla quale ho invitato i membri del gruppo, degli amici e alcuni giornalisti; durante la serata avremmo ascoltato il disco tutti insieme. È stata una vera e propria dichiarazione!”.

A dare lustro all’evento, arrivò nientemeno che Salvador Dalí, che definì l’album un capolavoro. Finalmente, alla fine del 1971, grazie all’innegabile valore artistico dell’album e alle pressioni della critica, 666 fu pubblicato in Francia dall’etichetta progressive Vertigo, ricevendo un’accoglienza a dir poco entusiastica. Man mano, il disco fu pubblicato in tutta Europa e arrivò nel Regno Unito nel giugno del 1972; in quel momento, però, gli Aphrodite’s Child già non esistevano più e Vangelis aveva iniziato la sua collaborazione con il celebre documentarista francese Frédéric Rossif per una serie di documentari di storia naturale trasmessi dalla televisione di stato francese: L’Apocalypse des Animaux.

Il sound creato da Vangelis per la colonna sonora era davvero straordinario, soprattutto se si considera che durante le registrazioni non furono utilizzati sintetizzatori. Vangelis è considerato uno maestri nell’uso dei synth, quindi L’Apocalypse des Animaux costituisce un’importante e affascinante testimonianza delle capacità dell’artista di creare suoni apparentemente impossibili da qualunque strumento, acustico o elettronico.

“Ricordo non avevamo neanche il tempo di pensare”, ricorda. “Lavoravamo quotidianamente alle puntate del programma, che duravano circa un’ora. Rossif è stato la prima persona con cui ho collaborato a condividere la mia filosofia: la spontaneità è la strada migliore per essere efficienti e produttivi sul lavoro. Infatti aveva capito qual era il mio approccio, ed evitava di mostrarmi il documentario prima che iniziassi a registrare la musica. Il mio metodo consisteva nel comporre e registrare guardando il filmato per la prima volta”.

Vangelis, dunque, ha creato per la serie tv una musica di grande suggestione, improvvisando dal vivo mentre guardava i filmati di Rossif e riducendo al minimo le sovraincisioni; negli anni non ha mai abbandonato questo suo metodo compositivo, che ha trovato del tutto istintivo e naturale. Tempo dopo, avrebbe scritto la musica per film come Momenti di gloria e Blade Runner; anche in quel caso, pur avendo a disposizione i codici generati dal computer per sincronizzare le sequenze audio e video, avrebbe scelto una via diversa: concludere il proprio lavoro e dare poi ai registi la possibilità di adattare la musica al mood delle singole sequenze.

Il primo album propriamente solista di Vangelis, EARTH, fu concepito e registrato a Parigi e poi pubblicato in Francia e Germania nell’ottobre del 1973. Un insieme di progressive rock e sonorità etniche, anche quest’album fu causa di un conflitto tra Vangelis e la casa discografica.

“Quando ho inciso il disco, la musica etnica era considerata poco appetibile e alla Vertigo non erano mai molto entusiasti quando qualcuno presentava un album con sonorità di quel tipo”, ricorda “Ma ho seguito il mio istinto e sono riuscito a pubblicare il disco”.

Subito dopo aver registrato EARTH, Vangelis decise di lasciare Parigi per tornare a Londra. Così, dopo aver firmato per la RCA Records, Vangelis stabilì nella capitale inglese la sua base creativa e lì si fermò per i successivi 13 anni, quelli in cui avrebbe registrato alcuni dei suoi album più famosi.

“In realtà, se ho iniziato a firmare contratti discografici negli anni 70, è stato solo per finanziare la creazione di un mio studio personale; così avrei evitato tutte quelle costrizioni e limitazioni che impone un ambiente sterile e asettico come uno studio di registrazione e, oltretutto, non mi sarei fatto venire il mal di testa per prenotarne uno quando ne avrei avuto bisogno”, ci spiega. “Quelle sono tutte dinamiche assolutamente incompatibili con il flusso creativo. Quando ho allestito il mio studio a Londra, lo scopo era creare un ambiente che avrebbe fatto sentire perfettamente a suo agio qualsiasi musicista, me compreso, ovviamente”.

Così dopo essersi trasferito in un appartamento nel Queen’s Gate, prese in affitto un vecchio studio fotografico a Hampden Gurney Street, vicino Edgware Road, e ne fece il suo laboratorio creativo. La costruzione del suo nuovo studio, Nemo, impegnò Vangelis fino alla fine del 1974; poco dopo, nel settembre del 1975, iniziarono le registrazioni del suo primo album per la RCA, HEAVEN AND HELL.

“Ero circondato dal caos in studio, mentre realizzavo il disco”, ci rivela, “ma sono andato avanti di buon grado, sapendo che ben presto quello sarebbe diventato il luogo perfetto per lavorare”.

Pubblicato nel dicembre del 1975, HEAVEN AND HELL è una combinazione perfetta di ingenuità e complessità musicale, caratterizzato da un utilizzo del sintetizzatore enfatico, quasi teatrale e dagli splendidi arrangiamenti corali, eseguiti dall’English Chamber Choir. Fu il primo disco di Vangelis a entrare nelle classifiche inglesi, e segnò l’inizio della sua collaborazione con il cantante degli Yes, Jon Anderson, che canta infatti sul brano So Long Ago, So Clear.

Anderson aveva molto apprezzato la colonna sonora de L’Apocalypse des Animaux e nel 1974 andò a trovare Vangelis a Parigi. “Avevo ascoltato uno dei brani della colonna sonora, Creation du Monde, e avevo deciso che dovevo assolutamente conoscere Vangelis di persona. Lo avevo visto in foto, circondato dalle tastiere e dai raggi laser, ed ero sempre più deciso a incontrarlo. Così, riuscii finalmente a conoscerlo a Parigi; da quel momento rimanemmo in contatto e quando Rick Wakeman lasciò gli Yes, pensai che Vangelis sarebbe stato un ottimo sostituto”.

Vangelis acconsentì di buon grado a fare alcune prove con gli Yes, ma il suo stile istrionico era palesemente incompatibile con le modalità compositive di un gruppo già formato e strutturato; una realtà del genere sarebbe stata per lui assolutamente limitante. Ciò non gli impedì però di restare in contatto con Jon Anderson in vista di altri progetti. Quando gli abbiamo chiesto della sua esperienza con gli Yes, Vangelis ha preferito non fare commenti.

Conclusi i lavori per lo studio Nemo, la creatività di Vangelis esplose letteralmente. Nei dieci anni successivi, diede alla luce una serie di album fondamentali, che hanno ridefinito la musica strumentale e hanno aperto la strada all’elettronica. ALBEDO0,39 del 1976 è un disco concettuale, da molti considerato uno suoi migliori lavori; qui Vangelis supera la concezione del sintetizzatore come semplice strumento musicale, inserendolo in una dimensione completamente nuova: il brano Pulstar è uno splendido esempio di questo nuovo approccio. Oltre ai sintetizzatori, in questo disco sono presenti molti altri strumenti, che Vangelis mostra di saper utilizzare con grande creatività e un’assoluta disinvoltura.

“Ho sempre cercato di tirare fuori il massimo da ogni suono”, ci spiega. “Credo che la cosa fondamentale sia l’armonia del risultato finale, non importa come siano stati ottenuti i singoli suoni. Ricordo che da piccolo infilai delle catene nel pianoforte dei miei genitori solo per sentire come sarebbe cambiato il suono dello strumento! Quest’attitudine alla sperimentazione mi accompagna da sempre”.

Ma i risultati più impressionanti Vangelis li avrebbe ottenuti con l’acquisto del sintetizzatore polifonico sensibile al tocco Yamaha CS-80, lo strumento che più di ogni altro è associato alla figura del tastierista. Questo nuovo sound diverrà il marchio di fabbrica dei suoi dischi successivi: i lavori solisti come SPIRAL e CHINAe gli album a firmaJon & Vangelis; due delle sue colonne sonore più celebri, Momenti di gloria e Blade Runner, saranno interamente costruite sui suoni del CS-80.

“Per me il CS-80 è in assoluto il più grande sintetizzatore mai realizzato”, dice con entusiasmo. “È stato fondamentale per la mia carriera e lo considero il miglior synth analogico di tutti i tempi. È uno strumento eccezionale, anche se, purtroppo, non ha avuto molto successo. Richiede molta pratica se lo si vuole utilizzare al meglio e il modo in cui funziona la tastiera lo rende piuttosto difficile da padroneggiare. Ma, al tempo stesso, è l’unico sintetizzatore che potrei definire un vero e proprio strumento musicale, proprio per queste sue caratteristiche. Ho dovuto faticare molto per ottenerne uno. È davvero uno strumento eccezionale, lo uso ancora oggi in studio”.

Dopo aver pubblicato l’album CHINA, Vangelis iniziò ufficialmente la sua collaborazione con Jon Anderson. Il sodalizio iniziò in modo del tutto informale nel febbraio del 1979 ai Nemo Studios; i due iniziarono a suonare e a registrare, semplicemente improvvisando, senza avere ancora alcuna idea o progetto specifico, solo per il piacere di suonare insieme dopo tanto tempo. Ma la decisione di Anderson di lasciare gli Yes all’inizio del 1980, diede una rapida svolta agli eventi.

I due riascoltarono infatti ciò che avevano registrato in studio qualche tempo prima e decisero che quelle sessioni improvvisate sarebbero state un’ottima base per un eventuale album. Bastò a quel punto completare la produzione e, nel gennaio del 1980, vide la luce SHORT STORIES, il primo album a firma Jon & Vangelis. I Hear You Now, uno dei singoli estratti dal disco, scalò le vette delle classifiche, e contribuì a fare di SHORT STORIES un album di grande successo. La collaborazione tra i due musicisti continuò poi negli anni 80 con altri due album: THE FRIENDS OF MR CAIROe PRIVATE COLLECTION. Il primo, soprattutto, ottenne un buon successo commerciale, grazie al singolo I’ll Find My Way Home, e a una cover del 1982 del brano State Of Independence, interpretata da Donna Summers e prodotta da Quincy Jones.

I sentimenti di Vangelis riguardo quei due album sembrano però piuttosto contrastanti. “Sì, è vero, quegli album hanno avuto singoli di grande successo; ma il successo commerciale ti obbliga poi a partecipare a tutta la campagna promozionale, e io mi sentivo profondamente a disagio in quella situazione”, dice. “Non mi è piaciuto affatto partecipare a programmi come Top of the Pops. Anzi, lo ribadisco, mi ha fatto sentire molto a disagio. Ciò non toglie che io sia profondamente legato ad alcuni brani, come Horizon (brano che prende un intero lato dell’album PRIVATE COLLECTION)”.

Nei primi anni 80 Vangelis fu chiamato a comporre nuove colonne sonore, raggiungendo probabilmente il suo apice creativo e compositivo. Collaborò infatti con Hugh Hudson per il suo Momenti di gloria, un film del 1981 ambientato durante le Olimpiadi di Parigi del 1924; scrisse per la pellicola una splendida colonna sonora, considerata tra le più influenti e significative: il brano Titles, in particolare, incarna perfettamente lo spirito del movimento olimpico. L’intenzione iniziale di Hudson in realtà era un’altra: per la sequenza iniziale del film aveva pensato di utilizzare il brano L’Enfant, dall’album di Vangelis OPERASAUVAGE, ma poi si era reso conto che un brano nuovo, scritto appositamente, si sarebbe adattato meglio alle immagini.

“Non volevo che la musica del film fosse legata al periodo storico in cui è ambientato”, ricorda. “La mia idea era quella di comporre musica attuale, ma che al contempo riuscisse ad accompagnare in modo efficace le immagini e la storia narrata nel film”.

Momenti di gloria fece vincere a Vangelis il Premio Oscar per la Migliore Colonna Sonora Originale nel 1981. Il singolo Titles e l’intero album divennero un successo mondiale.

“È molto gratificante per me sapere che la musica di Momenti di gloria ha infuso e continua infondere ottimismo in moltissime persone in tutto il mondo”.

Grazie al grande successo ottenuto con film di Hudson, aumentarono le richieste di collaborazione in campo cinematografico; nel 1982 di Ridley Scott gli chiese di comporre la colonna sonora del suo Blade Runner, e lo stesso fece il regista giapponese Koreyoshi Kurahara per la pellicola Antartica.

“Ho sempre avuto un approccio istintivo nel comporre colonne sonore, che poi è lo stesso che ho nel comporre la mia musica”, dice. “La differenza sostanziale è che il film ha un’idea alla base, una storia e una trama; l’inizio e la fine sono già definiti. Chiaramente devo tener conto di tutti questi fattori quando inizio a lavorare a una colonna sonora, ma questo non mi impedisce di comporre comunque istintivamente; mi affido alle emozioni che mi suggeriscono le immagini ed evito di leggere il copione, in modo da non avere idee preconcette su ciò che sto guardando”.

Il successo mondiale non sarà però esente da insidie. Vangelis proseguirà nella sua carriera solista, pubblicando SOIL FESTIVITIESnel 1984, a cui seguiranno, l’anno seguente, ben due album: MASK, in cui farà un ampio utilizzo del canto corale, e l’innovativo INVISIBLE CONNECTIONS. A quel punto, però, emergeranno ancora una volta profondi contrasti con la casa discografica, analoghi a quelli vissuti in passato, ai tempi degli Aphrodite’s Child.

“Ho sempre pubblicato i miei album senza dare troppa importanza all’industria discografica; non ho mai condiviso la loro concezione secondo cui bisogna fare dei video per promuovere i brani e via dicendo”, dice sospirando Vangelis. “È una strategia che obbliga gli artisti, proprio per la natura dei contratti discografici, a non pubblicare più di uno, o al massimo due, album l’anno. Questo per me è non è assolutamente lo spirito giusto, ma purtroppo è un iter obbligato, che anch’io ho dovuto subire”.

“La maggior parte della musica che ho scritto non riflette assolutamente i modelli imposti dalle case discografiche. Da quando è nata l’industria musicale, pubblicare un disco significa fare una precisa scelta commerciale. Per quanto mi riguarda, fare musica non è qualcosa che può essere deciso a tavolino. L’unica cosa che mi interessa è la musica, in tutte le sue forme”.

Vangelis decise di lasciare Londra nel 1987 e si trasferì poi a Parigi nei primi anni 90; nella capitale francese si costruì un nuovo studio, adattandolo alle sue esigenze assolutamente peculiari. “Il mio studio di Parigi era straordinario: tutte le pareti erano in vetro, compreso il soffitto. Qualcuno mi ha detto che era un’idea folle e che il vetro non era un materiale adatto per uno studio di registrazione, ma io ho sempre avuto idee folli e alla fine ho avuto ragione: il suono era davvero eccezionale. Senza contare le meravigliose sensazioni che provavo suonando tra quattro pareti trasparenti: si poteva vedere il cielo stellato, contemplare l’alba, il volo degli uccelli, il cambio delle stagioni”.

È in questo splendido contesto che Vangelis ha realizzato i suoi lavori più recenti: l’elegiaca colonna sonora di 1492: Conquest of Paradise e gli album VOICES(1995) OCEANIC (1996) e EL GRECO(1998).

Qualche tempo fa si è trasferito nella casa studio di Parigi dove lo abbiamo incontrato e dove ha inciso ROSETTA; l’ispirazione e la creatività non hanno mai abbandonato Vangelis, che, tuttavia, non ha ancora risolto il suo rapporto conflittuale con l’industria discografica; continua a sentire un profondo divario tra le esigenze commerciali delle etichette e l’originalità del suo lavoro, che proviene da una musa ispiratrice.

“Fin dagli inizi della mia carriera, quando mi sono confrontato per la prima volta con la cosiddetta industria musicale, a farmi allontanare e soprattutto a deprimermi è stata la consapevolezza che né gli artisti né le etichette hanno la più vaga idea di quale sia la vera essenza della musica”, riflette. “L’industria discografica è cresciuta a dismisura negli anni, con l’unico scopo di fare soldi, sfruttando cinicamente quel dono divino che è, appunto, la musica”.

“La musica può essere un canale perfetto per trasferire energie, sia positive che negative. In realtà, negli ultimi quarant’anni, è stata usata dall’industria discografica per veicolare soprattutto energie negative e pericolose. La domanda che sorge spontanea a questo punto è: se la musica è un vettore naturale di energia, perché non usarla per finalità più sane e positive? Per me la risposta è semplice: perché si tende a sfruttare questa sua grande forza comunicativa in modo cinico e sconsiderato, e questo porta un gran fiume di denaro; se a questo si aggiunge l’approccio egocentrico e narcisistico di molti artisti, si ha il quadro completo. L’industria musicale dovrebbe essere come un centro di promozione culturale, ma questa filosofia è ormai morta da tempo. Fortunatamente, ci sono eccezioni positive tra gli artisti in ogni genere musicale e in tutto il mondo.

“Per quanto mi riguarda, sono stato tutto tranne felice e rilassato quando ho avuto a che fare con il music business. Devo ammettere, tuttavia, che durante la mia carriera ho incontrato anche persone oneste, altruiste e responsabili, sia tra i discografici che tra gli artisti. A ogni modo, con o senza l’industria musicale, io continuerò a cercare l’ispirazione in ciò che mi circonda e a scrivere la mia musica, che per me è quanto di più naturale”.