2Days Prog +1 Festival 2019, Veruno

  • by Claudio Lodi
  • 1 Month ago

Articolo e Foto a cura di : Antonio De Sarno

“Parlare e scrivere di musica è come danzar di architettura/ lo diceva Frank Zappa” è l’incipit di Tu Per Lei, dall’ultimo album degli Acqua Fragile, A New Chant. Immaginatevi quanto sarà facile raccontare tre giorni di musica, allora! Questa undicesima edizione di Veruno 2 Days Prog+1 sarà ricordata (anche) per il tempo incerto e per i cambiamenti dell’ultima ora alla line up ufficiale.

Anche questa volta l’instancabile e stoico Alberto Temporelli (e staff) ci ha saputo sorprendere e non finiremo mai di ringraziarlo per questi tre meravigliosi giorni che ogni anno riesce a tirare fuori dal cilindro.

Diventa, infatti, chiaro, a pochi giorni dal festival, che anche gli americani Trope, gruppo che segue i King’s X in tournée, non sarà presente in assenza di questi ultimi e, quindi, i nostrani Cantina Sociale aprono sia il primo che il secondo giorno del Festival all’Auditorium Forum 19 con una scaletta diversa. Si sono anche aggiudicati un posto al prossimo Créscendo Festival in Francia, quindi non hanno certo di che lamentarsi! Puntuali come sempre, salgono sul palco gli Universal Totem Orchestra (pochi minuti dopo aver finito il sound-check) e ci presentano i brani più significativi dei loro tre dischi di chiara matrice Zeuhl. I Peruviani Flor De Loto cambiano totalmente l’atmosfera con il loro set molto energico che sottolinea quanto la loro proposta musicale sia da gustare proprio nei contesti live e poi Il Balletto di Bronzo, con l’estroso Gianni Leone a intrattenere e divertire i presenti. Il set ci trasporta, per novanta minuti, fuori da ogni convenzione musicale, ma chi conosce la musica del power trio questo lo sapeva già. Una leggera (!) delusione per non aver sentito i brani nuovi del gruppo, ma sappiamo che manca poco ormai. Chiude, cambiando radicalmente atmosfera, la formazione attuale dei Caravan, con Pye Hastings in veste di unico componente originale presente. Il set comprende i classici (Golf Girl, In The Land of Grey and Pink, The Dog, The Dog He’s At It Again, Nine Feet Underground, ecc), ma il suono, almeno alle mie orecchie, non era perfettamente in sintonia con lo spirito originale del gruppo: quell’anima leggera che contraddistingue il gruppo che più di ogni altro ha reso il Canterbury Sound un genere a sé. Anche il tempo cambia atmosfera (manco fossimo oltremanica!) e la pioggia, sempre in agguato, occasionalmente fa capolino durante la serata. Difficile stilare una classifica tra cose così diverse, ma non è certo un problema per l’ascoltatore!

Il tempo è decisamente più clemente il Sabato sera e dopo il bel (secondo) set dei Cantina Sociale all’Auditorium, parte il set degli Arcadelt sul “Main Stage” e si respira aria di New Prog tutto nostrano. Seguono i greci Verbal Delirium con un sound che riesce a far convivere diversi filoni di rock progressivo in un set che convince e appassiona per le dinamiche e abilità dei musicisti. La sera centrale è quella che presenta più problemi per il festival in quanto gli headliner, i King’s X, avevano da giorni dovuto sospendere il tour europeo (mannaggia!) per gravi problemi familiari, mentre il mercoledì anche Bjorn Riis ha dovuto dare forfait (ancora mannaggia!) per un grave lutto in famiglia. Alberto Temporelli non si è lasciato abbattere da tanta sfortuna e la serata del sabato si trasforma in qualcosa di completamente diverso, una serata assolutamente unica anche perché inattesa. Intanto s’infrange la regola che vorrebbe che nessun artista possa ripresentarsi al festival e i francesi Lazuli vincono a man bassa il premio di gruppo più trascinante del festival. Di un livello tecnico stratosferico, perfettamente a loro agio tra marimba, Chapman stick e mille altre diavolerie, e dotati di quella comunicativa e simpatia che immediatamente crea un legame perfetto tra palco e pubblico (che comprende anche Gianni Leone e tanti artisti della sera precedente) dalle prime note fino all’ultimo (stravagante) bis. E poi il colpo al cuore: vedere Lisa Wetton, vedova del compianto John, che presenta il progetto Excalibur di Alan Simon, insieme a Octavia Brown, con una marea di ospiti tra cui Jacqui McShee (classe 1943), voce storica dei Pentangle, Michael Sadler, frontman gallese dei canadesi Saga, Roberto Tiranti (Labyrinth, New Trolls, Mangala Vallis), e Richard Palmer James (Supertramp/King Crimson). Quest’ultimo si cimenta con una corale In The Court che definire indimenticabile sarebbe riduttivo. Direi che la serata possa definirsi un successo nonostante i nefasti contrattempi.

Domenica: partenza impetuosa con Il Bacio della Medusa che fa dimenticare in fretta la pioggia (ahimè) e, quindi, i rinati Acqua Fragile, capitanati da un Bernardo Lanzetti in gran forma, che ci deliziano con un compendio dei tre dischi in studio, in particolare lo storico Mass Media Stars del lontanissimo 1974. E’ il momento degli Arena, acclamatissimi, con il frontman Paul Manzi, da pochissimo anche frontman della storica formazione glam, The Sweet. Welcome to The Cage, A Crack in The Ice, Chosen, Witch Hunt, Skin Game… insomma, il repertorio che abbiamo imparato ad apprezzare negli anni, tra alti e bassi naturalmente, dal gruppo di Mick Pointer e Clive Nolan. Finale stra-epico con Solomon (“non si può immaginare un concerto degli Arena senza”, mi aveva confidato qualche ora prima Mick Pointer) e poi, mentre si prepara il palco per la chiusura con gli Iron Butterfly, escono a sorpresa per eseguire la rockeggiante Crying For Help IV con botta e risposta del pubblico più numeroso visto in questi tre giorni.

Gran finale con il suono sixties (pensate Filmore East 1968 circa) degli Iron Butterfly, ovvero nella versione 2019 (basta dire che c’è quel mostro di bravura che è Dave Meros degli Spock’s Beard al basso) che confermano quanto la sostanziale eterogeneità di stili presenti quest’anno sia assolutamente la formula vincente. Passano in rassegna la fantastica Iron Butterfly Theme, Flowers and Beads e tutto il resto compreso l’immancabile In A Gadda Da Vida con tanto di fantasmagorico assolo del batterista (di origine scozzese) Ray Weston, il quale, scusate se è poco, oltre a essere stato nei Wishbone Ash è stato l’insegnante di batteria di personaggi del calibro di Zak Starkey.

Ha poco senso, secondo me, anche quest’anno, parlare di “giudizi” ai singoli concerti o artisti. Il pubblico viene e questo basta. Tutti insieme sotto l’ombrello dei propri gusti. Ognuno di noi avrà i propri beniamini, ognuno di noi scoprirà qualcosa di bello, qualcosa da approfondire o magari ignorare, e ognuno di noi andrà inevitabilmente in crisi di astinenza per un anno in attesa della prossima edizione!

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