Martin Barre al Black Water’s Prog Nights – Intervista

  • by Guido Bellachioma
  • 5 Months ago

Tre giorni di musica “FREE” a Boffalora Ticino (Milano)

Testo e foto: Antonio De Sarno

Seconda edizione del Black Water’s Prog Nights, festival ideato da Maurizio Venegoni dei CAP, che vede come headliner nella serata conclusiva (di tre), Martin Barre e la sua band. Prima assistiamo al concerto dei Karmamoi di Daniele Giovannoni e Alex Massari (che presentano il recente The Day is Done) e la “house band” di Venegoni e amici, Le Antiche Pescherie nel Borgo, con un’esibizione molto più convincente di quella della scorsa edizione, sempre con Alvaro Fella (Jumbo) al centro della scena con la sua nota verve.

Quindi passiamo all’incontro con Martin, personaggio storico del rock mondiale e incredibilmente preciso e generoso nel concederci tutto il tempo necessario per scavare un po’ in una carriera stellare fatta soprattutto di grandi successi.

Parto da una curiosità personale: hai partecipato all’esordio solista di John Wetton, Caught in The Crossfire

È una lunga storia, ma mettiamola così: mi piaceva tanto il materiale e mi diede tantissima libertà. Rese tutto molto speciale, cosa non scontata per uno studio di registrazione, e dopo quell’esperienza così bella restammo amici fino alla fine. Sono molto orgoglioso di averlo conosciuto.

Vi siete conosciuti durante la tournée degli Uk con i Tull…

Sì, è io sarei dovuto essere il chitarrista degli UK. Almeno quelle erano le intenzioni di John e Terry Bozzio. Eddie Jobson, invece, si oppose all’idea di un chitarrista nel gruppo, volendo fare lui la star. John si dovette scusare per l’accaduto.

Quindi avresti dovuto suonare sia per gli UK che per i Tull allo stesso tempo?

L’avrei fatto volentieri! Subito! In alternativa ho lavorato al suo disco solista.

Sono passati 50 anni dal tuo debutto su Stand Up dei Jethro Tull, com’è stato entrare in un gruppo sul punto di affermarsi? Avevano già partecipato al Rock’n’Roll Circus dei Rolling Stones con Tony Iommi al posto di Abrahams…

Direi che le audizioni sono state un po’ strane. Non furono molto ben organizzate, a dir poco. C’era una stanza piena di chitarristi e non era possibile esprimersi al meglio, questo è sicuro. Erano arrivati agli ultimi tre, Tony Iommi ed io e l’altro che non posso dire. Tony non era molto in sintonia con la musica e io chiesi a Ian come stessero procedendo con la scelta e lui mi rispose, “non bene”. L’audizione era stata così disastrosa che chiesi di avere un’altra possibilità e quindi trascorsi un’altra giornata a Londra a provare con loro, ma non ci fu un festeggiamento o annuncio ufficiale, niente del genere, quando mi presero. Semplicemente un “ok, sei con noi” e di nuovo una serie di interminabili prove.

Conoscevi il materiale del primo album?

No, non conoscevo benissimo il materiale precedente, ma non fu decisivo perché Ian volle procedere con materiale nuovo, quello di Stand Up, e, se non ricordo male, rimase nella scaletta solo A Song for Jeffrey e (forse) Stormy Monday Blues.

Sei stato il componente più longevo della band. C’è un disco al quale ti senti particolarmente legato?

Ti potrei direi quello che detesto, ma preferisco non farlo! “A” è stato molto divertente, per via di Eddie, suppongo. Era una bella formazione e io contribuì con Protect and Survive che inizialmente fu un brano acustico. Anche Under Wraps mi piacque molto, sempre per la formazione. Forse Stand Up è stato il disco fondamentale, però. Per me, la fase importante dei Tull è quella che arriva a Crest of a Knave, comunque. Almeno è quello il punto in cui ci fermiamo quando facciamo i concerti commemorativi con Clive Bunker e gli altri. Da This Was a Crest, praticamente.

Qualcosa mi fa capire che non sei un fan dell’ultimo capitolo della storia dei Tull, A Christmas Album…

Non è un disco del gruppo. Non vorrei parlarne. Dot Com è davvero la fine del gruppo. Il Christmas Album è una porcheria, nonostante i brani originali di Ian ed il mio piccolo contributo. Il resto non aveva senso, era come aver deciso di chiudere la carriera con un suicidio, non dovrebbe stare nella discografia ufficiale, ma essere considerato alla stregua di un bootleg…

Come andarono le cose dopo quel disco?

Cambiarono le dinamiche all’interno del gruppo. Stavo lavorando ai miei dischi solisti e il mio impegno era in quella direzione. Volevo che fossero almeno all’altezza dei dischi dei Tull e sono sicuro che Roads Less Travelled sarebbe stato un grande disco dei Tull, ma non sono andate così le cose. Ian non avrebbe cantato i miei testi, tanto per cominciare. Per me è il mio migliore lavoro e ne sono molto orgoglioso. Forse non sono il migliore chitarrista del mondo, o nemmeno nel mio quartiere, ma so che questo disco è molto bello, e non c’è storia! Ian ha un talento tutto suo, ma per ora procediamo per le nostre strade. Una volta, anni fa, ne rimasi devastato, ma oggi non posso che sentirmi sodisfatto del lavoro svolto e, perché no, anche molto contento. Contento e sorpreso, perché nessuno voleva più sapere di me, ovviamente perché il brand che attira è quello che ha Ian, ma dopo otto anni di duro lavoro, questo gruppo è mio e la gente viene anche per me e il mio materiale. Ammetto di non essere un grande appassionato di prog  (nonostante i Porcupine Tree mi piacciano molto), anzi, non saprei nemmeno definire il genere prog e penso nessuno oggi sia in grado di farlo. Non importa. Ci permette di suonare quello che vogliamo, dal folk al blues. L’importante è che la musica sia di qualità.

Come solista hai suonato poco in Italia…

Nonostante il mio amore incondizionato per il vostro paese! Torno ogni volta che posso. Anche come ospite di gruppi tributi, ma forse adesso posso permettermi di venirci con il mio gruppo. Ian sa benissimo che uscire senza il nome Tull non porta bene. È come la volta che Mick Jagger fece un tour da solista e fu un fiasco. La gente paga per il brand, per gli Stones!

Eccezione fatta per Gilmour e Waters, naturalmente!

Naturalmente! Anche se si portano dietro i musicisti che sono nei Floyd e quindi, probabilmente, potrebbe usare il nome. Ma sono solo noiose beghe legali alla fine. Negli Stati Uniti mi hanno detto più volte che se i fan dei Tull vogliono venire a sentire i Tull, i miei concerti sono delle garanzie.

Pensi mai di fare dei concerti senza riproporre quel materiale?

Potrei, ma ho dato l’anima a quella musica per quasi cinquant’anni. Gran parte di quella musica consiste nelle mie chitarre e nei miei arrangiamenti. Non sarà mia legalmente, ma la sento mia. Non devo niente a nessuno! Ho investito tutto il mio tempo e quello della mia famiglia nei Jethro Tull. Ho il diritto di suonare quella musica e nessuno potrà impedirmelo. Non voglio accantonare quella musica, anzi mi piace mescolare le cose e la gente mi ringrazia per questo. Anche se non c’è il flauto o le tastiere! È musica rock suonata al meglio delle nostre capacità, a prescindere dal genere e dalla storia che mi porto dietro. Anzi, rispetto a certi gruppi storici, ridotti a l’ombra di se stessi, penso che i nostri concerti siano davvero su un altro livello. Non si può pagare per vedere certe cose, anche se la gente ci va lo stesso. È come pagare duecento dollari per vedere un gruppo che usa le basi! C’è gente disposta a pagare e io ho il diritto di pensare che sia una merda totale. Ognuno di noi ha il diritto di ascoltare quello che vuole, senza togliere niente a chi apprezza delle cose discutibili, ma io avrò sempre il diritto di scegliere ciò che piace a me, senza perdere tempo a lamentarmi per cose che non mi dicono niente.

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