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Nad Sylvan parla di SPIRITUS MUNDI, nuovo album solista su Inside Out Music

  • by Guido Bellachioma
  • 4 Months ago

Testo: Antonio De Sarno

Il rapporto tra letteratura e musica aggiunge un ennesimo tassello con la pubblicazione del nuovo lavoro di Nad Sylvan, SPIRITUS MUNDI. Nad è noto ai più come cantante della touring band di Steve Hackett, che a ben pensarci non è certo estraneo ad operazioni di questo tipo, vedi il monumentale A MIDSUMMER NIGHT’S DREAM con la Royal Philharmonic Orchestra (1997) o la divertente Narnia, composizione da PLEASE DON’T TOUCH (1978), ispirata a The Chronicles of Narnia di C.S. Lewis.

 Se i Genesis hanno pescato a piene mani nei lavori di TS Eliot (The Cinema Show) Nad arriva ad interpretare una selezione di poesie dello scrittore irlandese William Butler Yeats, Premio Nobel nel 1923 (1865-1939). Abbiamo voluto approfondire la questione direttamente con lui.

SPIRITUS MUNDI è un’operazione anomala per te, mi piacerebbe capire come nasce il tutto. La musica è stata scritta insieme a Andrew Laitres negli Stati Uniti (polistrumentista e produttore, già membro dei Magus e Winter Tree). Come avete deciso cosa adattare e quanto della musica era stata già composta prima dell’eventuale abbinamento alle poesie?

Tutte le canzoni sono state selezionate da un’enorme quantità di idee musicali che Andrew mi aveva inviato. Scelte quelle che mi sembravano più adatte, abbiamo realizzato delle versioni molto primitive, praticamente voce e chitarra, della durata di 30 secondi, forse un minuto, di ciascuna canzone. Non c’era una struttura, ma poi, con calma, ho creato l’arrangiamento. Penso a The Fisherman, per esempio. Dissi ad Andrew, questo mi sembra un ritornello, lo ripeto un paio di volte? A sentire il demo noteresti la differenza. Poi è stato Andrew a scegliere l’abbinamento con le poesie. Credo che fossero 25 brani all’inizio.

Cosa hai provato a non doverti preoccuparti dei testi?
Mi ha portato indietro di 25 anni, tornando ad essere quel cantante soul che interpretava le canzoni degli altri. Capii che doveva essere un disco incentrato sulla mia voce e sulla chitarra di Andrew. In molti sensi è rimasto così, anche se è stato reso un po’ più progressive strada facendo, come nell’introduttiva The Second Coming o Sailing To Byzantium… il cuore dell’album rimane un disco minimale.

Non potendo cambiare le parole ti sei dovuto concentrare di più sul canto?

Sì e questo mi ha fatto bene. Le poesie sono bellissime e perfette! Potevo permettermi di pensare solo all’esecuzione e all’arrangiamento. Ho provato di tutto fino ad esserne soddisfatto… fino all’ultimo respiro. L’interpretazione era fondamentale, ancora di più di quando canto i Genesis nei concerti di Steve. Credo che Steve mi abbia arruolato tanti anni fa, proprio perché sentiva qualcosa di autentico nel mio approccio. Qui vale ancora di più. Non penso di aver mai cantato meglio di così.

Ogni tanto ti alterni con Andrew alla voce, che ha un timbro molto diverso dal tuo…

Ho voluto sperimentare con un registro più baritonale, una voce più piena senza ricorrere alla voce di testa. Mi suonava meglio in questo modo, più calda e più ricca.

Non avete avuto problemi di licenza per i testi?

No, assolutamente, sono di dominio pubblico. Abbiamo ripetuto qualche frase, come in The Second Coming, ma è fattibile. Dal punto di vista legale, l’unica cosa vietata è cambiare le parole. Ma perché avremmo dovuto farlo? Poi, si tratta di canzoni, non di letture, quindi è comunque un’interpretazione. Una cosa che mi è sembrata doverosa è stato usare la sua voce, quella di Yeats, trovata in rete, che recita all’inizio dell’album, perché lo collega alla fine del mio ultimo disco in cui, sempre con Andrew, avevo interpretato la sua The Isle of Innisfree. È come se annunciasse lui stesso questa nuova fase.

La musica oggi è un prodotto usa e getta. Hai appena pubblicato un disco di musica “leggera” che contiene, però, delle opere immortali, scritte molti anni prima che tu nascessi… non trovi qualche rischio in un’operazione del genere?

Al contrario! È un onore. Cerco di non concepire la musica come prodotto da fast food. Ho cercato di rendere contemporanee le poesie, spesso scritte su esperienze personali ma dirette comunque a un pubblico. Spesso la gente non ascolta i testi, quindi potrebbe pensare che siano delle canzoni mie. Pazienza… ciò mi fa sorridere, ma devo pensare ai miei fan che così hanno l’opportunità di ascoltare delle parole magnifiche. Grazie alla rete riesco, tra le altre cose, a vedere l’età dei miei ascoltatori, e i miei sono abbastanza avanti con gli anni e hanno una lunga esperienza musicale, fatta di tanti ascolti. Mi identifico facilmente con chi non accetta uno standard basso. Se penso alle cose che passano in radio, con le stesse progressioni armoniche, l’auto-tune e tutto il resto… è solo merda! Devo ascoltare qualcosa di diverso, che abbia una sua dignità. Rufus Wainright, per esempio, è un genio. Io sono un suo fan e conto i giorni che separano le uscite dei suoi album.

Anche lui ha sperimentato con Shakespeare, interpretandone i sonetti in TAKE ALL MY LOVES: 9 SHAKESPEARE SONNETS (2016)…

Assolutamente. È un album che non morirà mai! Il mio UNIFAUN (2008) continuerà a essere ristampato proprio perché è senza tempo, come tanta musica progressive. UNIFAUN mi ha aperto numerose porte ed è, fondamentalmente, il motivo per cui posso permettermi di fare l’artista oggi! Credo che la musica qui sia senza tempo allo stesso modo, non pensi?

È sicuramente un atto di amore, un omaggio preciso. Hai Tony Levin al basso per i pezzi più rock. Jonas Reingold suona invece su un solo brano, nonostante faccia parte anche lui della touring band di Hackett.

Sì, suona su The Hawk, di cui ho realizzato il video. Ci sono anche Mirkko DeMaio, batterista dei Flower Kings, Neil Whitford, chitarrista americano alla slide in The Fisherman e The Hawk, Steve Piggott, tastierista dei 10CC, che ha suonato qualcosa, preso direttamente dal demo. Kiwi Te Kanna, che non usa i social media, anzi li detesta, e lavora in un centro massaggi tailandese che frequento! Ho ascoltato lì la sua musica in filodiffusione, così ho voluto che suonasse un po’ di flauto e oboe sul disco. Poi, ovviamente, c’è Steve Hackett che suona la chitarra acustica nell’ultimo pezzo, To A Child Dancing In The Wind.

Cosa ti manca della vita pre-Covid? Promuovere la tua musica dal vivo?

In realtà, non ho potuto promuovere nessuno dei miei dischi solisti per i troppi impegni con Steve. Passerei da duemila a duecento persone, questo lo so. La possibilità di suonare con lui mi ha permesso di diventare un vero professionista, che si dedica totalmente alla musica. Non posso prescindere da mio coinvolgimento nei suoi concerti. Prima o poi dovrà rallentare i ritmi e, a quel punto, si vedrà.

Però ti mancherà sicuramente esibirti davanti a un pubblico?

Cantare dal vivo, viaggiare… certo, che mi mancano, ma… è stata la prima volta che ho visto il mio giardino fiorire in primavera! È una cosa impagabile, soprattutto se vivi, come me, in campagna. Sono riuscito a rallentare tutto e godermi quello che mi circonda e che ho dovuto trascurare per così tanti anni. Questo disco è il lavoro di un intero anno, ho potuto realizzare anche la parte grafica e tutto è stato fatto in modo meticoloso. Chi ha ascoltato SPIRITUS MUNDI mi ha detto che ne è valsa la pena. Non è un lavoro complicato, è vero, ma ciò non è mai stato il mio intento. Ho cercato di farci stare tutto il soul e il groove possibile… e in questo Tony Levin è, ovviamente, impareggiabile. Non è certo un disco funky, ma neanche una cosa tipo Flower Kings. Non riuscirei a scrivere musica che cambia tempi continuamente. Non fa proprio parte del mio intendere la musica.

E vivere i concerti da spettatore?

No… mi manca abbracciare le persone, ma per ora cerco di vivere questo periodo come un grande buco. Pensiamo tutti che verranno giorni migliori, giusto? Anche le date che Steve ha dovuto spostare… chissà se andranno avanti? È difficile dire qualcosa di sensato in questo periodo. Certo che tanti locali di musica dal vivo chiudono nel frattempo…

Cosa rappresenta la musica per te?

Masturbazione dell’anima! Scherzo. È quello che ho nel DNA. È la nostra lingua, che ci piaccia o no, non riesco a spegnerla mai nella mia testa! Noi siamo musica. Ho l’i-Phone pieno di piccoli appunti musicali, melodie, testi… idee che risalgono fino a dieci anni fa. Scrivo così, senza sosta. Forse si capisce ascoltando i dischi, che è tutto vero e diretto.

C’è una canzone non tua che ti piace davvero cantare?

Senz’altro Supper’s Ready e The Battle of Epping Forest, che sono davvero divertenti da cantare. Per rimanere con i GenesisMore Fool Me, forse perché è meno ricca di strumenti e riesco a sentirmi di più, senza dover sopraffare il resto. Anche Dejà Vu (brano iniziato da Peter Gabriel nel 1973 ma rimasto incompleto, poi Hackett lo riprese in mano, con il permesso di Peter, e la termino utilizzandola in GENESIS REVISITED del 1996) mi piace tanto. Supper’s Ready, credici o no, è semplice da intonare. A parte i Genesis, anni fa cantavo una versione trascinante di I Heard It Through The Grapevine (scritta da Norman Whitfield e Barrett Strong nel 1966, portata al successo da Marvin Gaye nel 1968). Anche Saved By The Bell di Robin Gibb dei Bee Gees… una versione estremamente bizzarra a dire il vero J Keep on Running dello Spencer Davis Group… cose del genere.

E adesso?

Ho ripreso a scrivere. È un po’ presto per capire in che direzione andrà il nuovo materiale ma sembra essere più rock; cercherò di esplorare nuove direzioni senza perdere di vista la centralità della voce. Come strumentista non sono il massimo, anche se me la cavo abbastanza soprattutto in studio, ma il mio forte è la voce e vorrei essere conosciuto principalmente per questa mia qualità.

 

 

 

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