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Nel giorno dei suoi 70 anni Vittorio Nocenzi ci racconta un po’ di storie

  • by Guido Bellachioma
  • 8 Months ago

Testo: Guido Bellachioma

23 gennaio 2021: Vittorio Nocenzi compie 70 anni. Già, 70. È un numero importante della sua vita, visto che con il Banco del Mutuo Soccorso proprio negli anni 70 ha iniziato un cammino, che non è ancora terminato. Buon compleanno amico mio. Ho voluto utilizzare come immagine in evidenza per questa occasione la foto insieme, scattato da tua moglie Simona nel tuo letto all’Ospedale Gemelli di Roma, dopo l’estate 2015 in cui ti sei sentito male. Perché? Perché in quel momento ho capito, dopo tanta paura, che NULLA ti può abbattere. Sei indistruttibile!!!

Vittorio Nocenzi il 23 gennaio 2021, quando ha compiuto 70 anni, fa gli auguri ai lettori di Prog Italia

Facendo il punto della situazione, come è stata la tua vita, non solo musicale? Sei soddisfatto di quello che ha realizzato la tua generazione? Hai qualche rimpianto particolare?

Cosa vuoi che ti dica? La verità è che credo di essere stato molto, molto fortunato… anzitutto per essere nato nella mia famiglia, una famiglia semplice ma solida, i cui valori morali mi sono rimasti impressi per tutta la mia esistenza.

Mia madre mi ha cresciuto inculcandomi pensieri tanto semplici da capire quanto enormi come valori sottintesi. Ad esempio “fai del bene e scordati, fai del male e pentiti”. Ho capito fin da ragazzo che non ci si deve aspettare la gratitudine, è uno dei sentimenti umani più difficili da incontrare. Tu devi fare del bene perché è giusto così, è la prima scelta da fare ed è quella fondamentale. Da essa deriva il rifiuto della gelosia, dell’invidia, che sono le anticamere potenti della cattiveria. Io non ho avuto nessun merito in questa scelta, mi apparteneva e basta, sono nato così, cioè non so cosa voglia dire essere invidioso…

Quando mi è capitato di incontrare qualcuno veramente bravo, il mio primo e più forte sentimento è sempre stato quello della gioia, dell’ammirazione: se uno è forte anche più di te, ti da semplicemente l’esempio per migliorarti! È così semplice, eppure per molti risulta impossibile. Io l’ho sempre fatto con estrema naturalezza, perché la fortuna mi ha dato un carattere così formato, se il mio DNA e/o la mia famiglia fossero stati altri sarei stato diverso! Quindi che merito ho ad essere così? Nessuno!!!

Però mi fa sentire molto bene ammirare qualcuno di grande valore. Aiuta a farti sperare in meglio. Ricordo in modo indelebile la prima volta che sentii suonare dal vivo gli AREA; fu a Rimini, in una discoteca, sarà stato nel 1973 o giù di lì: Demetrio suonava l’organo Hammond e cantava “I put a spell on you” nella versione di Alan Price, un pezzo che amavo molto e che mi aveva ispirato l’utilizzo dell’organo come mio strumento personale, lasciando il pianoforte a mio fratello Gianni. Fu un’emozione così forte sentire la bravura della band in tutti i suoi elementi, da Giulio Capiozzo alla batteria ad Eddie Busnello al sax, Paolo Tofani alla chitarra, Ares Tavolazzi al basso e Demetrio Stratos all’organo ed alla voce. Mi piacquero talmente tanto che tornai in albergo entusiasta, completamente felice di aver ascoltato una band così, in particolare la voce di Demetrio!!!

Non avvertii assolutamente nulla di quella che poteva essere una sensazione di gelosia… ci poteva pure stare essendo l’Italia un così piccolo villaggio che una band di bravi musicisti poteva essere una diretta rivale…

Non ho mai creduto a questo, perché se ci sono realtà forti e valide come o più della tua, in qualsiasi campo vanno ad elevare il livello generale, e se tu punti sulla qualità, non potrai fare altro che avvantaggiarti da un livello generale più alto. Certo, se sei una schiappa e ti credi oltretutto il più bravo, un’esperienza del genere ti traumatizerebbe, ed oggi purtroppo pare che vada di moda essere ignoranti ma credersi scienziati! Ma in generale secondo me, non funziona così…

Vittorio Nocenzi con il BMS al Salone del libro di Torino, 1996 (foto Guido Bellachioma)

Cosa ti aspetti ancora?

Mi aspetto di poter far continuare la vita del Banco, per ringraziare chi ci ha dimostrato un attaccamento incredibile, e che quindi meritano tutta la nostra riconoscenza. Sono sempre stato convinto che un artista non deve mai dimenticare che, se è qualcosa per gli altri, lo deve soprattutto a tutti quelli che con rispetto ed amore lo hanno gratificato e sostenuto! Quindi un artista deve essere sempre memore di questo e comportarsi di conseguenza. Non credo che ci si possa limitare, in genere nella vita, solo a prendere … Bisogna ricambiare, sempre. E come può ricambiare un musicista? Solo continuando ad offrire la sua musica, fin quando sarà capace di farlo con credibilità e qualità, seguendo il proprio stile.

In questo momento, io ed il Banco abbiamo un appuntamento chiaro ed irreversibile con Orlando, il nostro prossimo album concept, a cui stiamo lavorando nonostante la pandemia. È un lavoro al quale teniamo molto e fra qualche mese uscirà, come Transiberiana, per la Inside Out che lo distribuirà in tutto il mondo.

Il Banco ha attraversato varie fasi, come è naturale per chi non rimane fermo. Sei soddisfatto di tutte allo stesso modo?Ovviamente no, non può accadere di essere soddisfatto di tutto, altrimenti sarebbe sicuramente un “tutto” superficiale. Ma mediamente sì, sono soddisfatto di tutte più o meno allo stesso modo, perché ho sempre cercato di scegliere con gli altri percorsi che fossero ben fondati anche da un punto di vista ideale. Sono convinto che un artista deve dare al suo lavoro sempre una tensione etica, che ne ispiri la ricerca creativa.

Quando negli anni 80, iniziammo a scrivere canzoni invece delle suite, il passaggio fu una decisione molto ponderata: non potevamo proseguire a scrivere in francese se tutti parlavano ormai solo il russo…

Intendo dire che se tu decidi di registrare della musica, lo fai per offrirla all’ascolto di altre persone, e quindi prima di registrarla devi porti il problema della lingua che parlano le persone per le cui registri la tua musica, altrimenti tanto vale non inciderla, perché comunque realizzandola ancora in francese le persone che parlano solo russo non la capirebbero. Gli anni 80 celebrarono l’urgenza, la accelerazione della comunicazione; i dischi si ascoltavano in modo diverso, non più e più volte fino a penetrarli e comprenderli, ma aspettandosi che ci comunicassero subito i loro contenuti, senza aspettare troppo, appunto con urgenza…

Per questo chiamammo l’album Urgentissimo, perché erano cambiate le cose, ed a stigmatizzare proprio questa velocità ed urgenza, ci chiamammo solo Banco e non più Banco del Mutuo Soccorso, decidemmo di ufficializzare il nome con cui affettuosamente ci chiamavano i nostri fans. Per noi fu emblematico, fu la sottolineatura delle nostre scelte, e nacquero dei dischi ai quali siamo affezionati, con brani generazionali come Moby Dick (era il nostro inno all’Utopia) o Paolo Pa (parlare in quegli anni dell’omosessualità nelle periferie delle metropoli non era affatto poco, oggi ci sembrerà incredibile ma era così), o canzoni antimilitariste come Taxi o Buone notizie. Questa fase, secondo me, aggiunse all’immagine della band una dimensione nazionalpopolare che non rinnego, anzi mi fa molto piacere, perché nelle canzoni di quella fase non rinunciammo mai a mettere nei testi grandi contenuti sociali ed esistenziali, e negli arrangiamenti dei brani c’era una grande ricerca di scrittura musicale. Insomma fu una fase in cui ci auto-sfidammo, perché per noi era molto più facile scrivere una minisuite che una canzone di tre minuti. Fu come imparare a camminare di nuovo con un paio di scarpe molto più strette ai piedi.

Nel periodo precedente, con la registrazione di Di Terra, avevamo concluso la prima fase, quella più squisitamente “progressive”. Il modello sinfonico ottocentesco, mi aveva sempre ispirato nella scrittura degli album del Banco: riprendendone le strutture ampie dei brani, con il ritorno di alcuni temi in un contesto strumentale diverso, in altre tonalità, come accadeva nelle sinfonie ottocentesche. E dopo brani come Traccia II del 1973, dove i suoni sinfonici dell’orchestra erano simulati dai sintetizzatori, poter scrivere per rock band e orchestra sinfonica acustica, fu una gioia enorme. Credo oggi di poter dire che Di terra sia il nostro capolavoro musicale. Un’altra fase per me preziosa nel nostro cammino.

 L’arte è uno strumento di contatto dell’uomo con la dimensione metafisica della sua vita. In qualsiasi civiltà, anche in quelle più rudimentali e primitive, è lo sciamano che, attraverso le sue visioni, indica agli altri uomini del villaggio le strade da percorrere…

È  l’arte che ti fa innamorare per sempre della bellezza come uno dei valori fondamentali dell’esistenza, è l’arte che ti fa creare visioni interiori, speranze e desideri, è l’arte che ti fa entrare in contatto anche con persone con le quali non hai avuto mai contatti, e scopri di sentirle a te vicine, come accade a migliaia di persone durante un concerto.

Ci sono album che preferisci o che magari ti piacerebbe incidere diversamente?

Vorrei riregistrare E via, perché è l’unico che non mi piace, al momento, ma capisco il perché: lo concepii e lo scrissi per un progetto che la CBS ci aveva chiesto per il mercato europeo. Quindi gli arrangiamenti, i suoni, i criteri interpretativi dei brani erano tutti in funzione di questo scopo finale. Poi però di questo progetto non se ne fece più nulla, e si decise di pubblicare per l’Italia lo stesso questo album: è come se un sarto disegna e cuce un abito per una matinèe e poi viene indossato per una soirèe molto formale! L’abito, in questo modo, risulterebbe assolutamente fuori luogo. Ma non sarebbe perché il sarto non vale niente, solo perché è stato sbagliato progetto e soprattutto sua applicazione: l’album nato per un mercato discografico europeo, non andava bene secondo me, per il mercato italiano! Però i brani sono belli, in particolare alcuni, e meriterebbero di avere un’altra chance!

Quanto ti sembravano lontani i 70 anni quando eri ragazzo?

Da ragazzo persino i 40 anni mi sembravano lontani anni luce. Il mio professore di filosofia al liceo aveva poco più di 40 anni, credo. E mi sembrava un uomo tanto vecchio, con un completo giacca pantaloni marrone a righine bianche, i pizzi del colletto della camicia sempre alzati, ed una cartella di pelle, un po’ sovrappeso, occhiali tondi d’oro. Mi appariva assolutamente lontano da noi. Poveretto. Invece una mattina ci parlò della bellezza di un film di fantascienza di Stanley Kubrick ( 2001 Odissea nello spazio, 12 dicembre 1968), che aveva appena visto il giorno prima a Roma, ma ce ne parlò in modo così caldo, entusiasta, da restare ancora nella mia memoria, anche perché poi io mi innamorai perdutamente dei film di Kubrick, perché credo che nella storia del cinema nessuno né prima né dopo di lui abbia mai saputo adoperare la musica sotto le immagini come lui.

Vittorio Nocenzi al Forward Studio di Grottaferrata/Roma, luglio 2017, durante la realizzazione del box di IO SONO NATO LIBERO (foto Francesco Desmaele)
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