Route 69 di Mox Cristadoro (Tsunami Edizioni)

  • by Guido Bellachioma
  • 1 Month ago

Presentazione del libro con Enzo Gentile, Franco Mussida, Franco Fabbri e Matteo Guarnaccia

Testo e Foto: Antonio De Sarno

24/9/19 Feltrinelli, Piazza Piemonte Milano

Il nuovo libro di Mox Cristadoro cerca di dimostrare quanto fosse fondamentale il 69 per tutta la musica che seguì nei decenni successivi, quanto quell’anno fosse per molti versi l’apice di Di un processo di crescita e, perché no, di studio collettivo di quella che è la musica moderna. Dalla pubblicazione di A Rainbow In Curved Air di Terry Riley a In the Court of The Crimson King dei King Crimson, passando per l’esordio di Santana, la psichedelia di Tim Buckley e l’introspezione di Nick Drake. Impossibile immaginare una discografia seria che non contenga almeno una ventina di titoli usciti in quell’anno. Diventa quasi superfluo ricordare che sia anche l’anno dell’ultima sortita dei fab four (Abbey Road), proprio quando, oltre ai succitati King Crimson, arrivano i Pink Floyd di Ummagumma e More  nonché interessantissimi, se non fondamentali, lavori di gruppi già consolidati come gli Who (Tommy), Procol Harum (A Salt Dog), mentre i Kinks (Arthur) cominciano ad uscire dai binari ormai codificati della musica pop. Vogliamo parlare dell’importanza di un disco come Hot Rats nella discografia zappiana o di In a Silent Way di Miles Davis per quello che a breve sarebbe stato il jazz rock? Hot Buttered Soul di Isaac Hayes…Anche in Italia qualcosa comincia a muoversi…

Franco Mussida: Alla fine del ’67, quando sembra che stia per cominciare a vivere di questa professione, il sottoscritto riceve una cartolina dello stato e va a fare due anni di marina! All’inizio del ’69 mi ritrovo per sbaglio sulla copertina del disco dei Quelli, che nel frattempo, grazie a Ricky Gianco avevano fatto delle ottime scelte commerciali e avuto un gran successo.

Fui sostituito da Alberto Radius e la sua Gibson. Torno con l’operazione commerciale fatta, ma io volevo scrivere musica. Mi ritrovo con un’ultima operazione commerciale avviata, ovvero il Cantagiro del ’69, in cui conobbi Giorgio Gaber. Lui era iscritto nella sezione “folk” (per darvi un’idea di come funzionava il mercato allora) e cantava Il Riccardo. Io, quindi il ’69, purtroppo, me lo ricordo per questa nostra canzoncina cretina e estiva di poco conto chiamata “Dici”. Me lo ricordo come l’anno della disgrazia vera e, per fortuna, nel ’70 conosco Battisti e De Andrè e la mia storia comincia a farsi interessante.

Adesso che mi trovo “tra amici” devo fare una confessione: La Carrozza di Hans, che dovetti scrivere in due giorni mentre viaggiavamo verso un festival, fu in parte ispirato sì, al mondo dei King Crimson, come è ben documentato, ma non solo. La cosa che non ho mai rivelato prima, invece, dovendo scrivere e realizzare qualcosa d’impatto in pochissimo tempo, è la vera fonte d’ispirazione per quella canzone, ovvero On The Threshold of A Dream dei Moody Blues. Vi confido che questo disco ha totalmente cambiato il mio rapporto con la musica “scritta”. Quel disco ha il pregio di essere un racconto a tutto tondo, non solo composto da canzoni o brani strumentali, ma un’apertura verso un mondo raccontato per parole e suoni. Per le sue forme è stata una rivelazione. Non è Sgt Pepper’s, però mi ha consentito di uscire dalla forma canzone e usare dei linguaggi diversi.

Quegli anni sono stati senza distinzione di genere, ma quando comincia la “nostra” storia finisce tutto. La fusione finisce lì e si creano i vari generi. Fino a quel momento tutto aveva diritto d’asilo. Decine di cose diverse. Oggi non è più così e abbiamo creato dei recinti invalicabili, perché la nostra generazione non ha saputo essere diversa fino in fondo. Insomma, abbiamo predicato bene, ma razzolato malissimo. Infatti, siamo qui, anche oggi, a fare discorsi nostalgici. Non abbiamo saputo insegnare la libertà come avremmo dovuto fare!

Franco Fabbri: Alla fine del ’68 registrammo il nostro album, Le Idee di Oggi Per La Musica di Domani, mettendoci dentro tutto quello che pensavamo si dovesse fare, come le canzoni non separate fra loro e, chiaramente, come i Moody Blues, mescolando l’acustico e l’elettrico, avendo nelle orecchie i primi dischi di Neil Young e il vituperato Satanic Majesties dei Rolling Stones. La seconda facciata scopiazza proprio In Search of The Lost Chord dei Moody Blues, solo per fare un esempio. Tutti noi cercavamo di ricreare quei suoni elettronici che avevamo sentiti nei dischi stranieri, ma i sintetizzatori in Italia non erano ancora arrivati! In tutti i studi di registrazione, però, c’erano i generatori di frequenza, che servivano a tarare le testine dei registratori. Avevamo capito che questa operazione creava un suono che potevamo usare, come fecero i Moody Blues.Il problema fu non potere mixare il disco in stereo, anche perché avevamo pensato quel disco in un certo modo. Risultava un suono molto confuso e il disco, comunque, non ebbe nessun riscontro. Molti anni dopo scoprii che la casa discografica aveva deciso di separare tutti i pezzi e la mise in commercio e dovetti usare proprio quel master per realizzare il cd che esiste oggi! Ciòé abbiamo dovuto usare dei pezzettini di una copia “nuova” del vinile per ripristinare la sequenzialità del disco originale.

Il fermento è anche nella grafica, nel packaging del prodotto musicale:

Matteo Guarnaccia: La copertina del disco di Captain Beefheart di quell’anno (Trout Mark Replica) è un perfetto esempio di arte surreale. La copertina di Stand Up dei Jethro Tull richiama in parte l’arte medievale, avvicinandola all’arte delle incisioni vendute nei mercati dei paesi del nord Europa. La Pop Art nella bandiera americana, i manifesti dei circhi, quindi la copertina della colonna sonora di Easy Rider. L’uso di quei collage di foto che sembrano raccontare storie, come i manifesti cinematografici che fondevano il lettering con le immagini sotto (o dietro). Il lettering tipico magari dei manifesti del ‘800 si fondeva con il racconto per immagini come in un western. Ogni copertina era un modo per avvicinarsi al mondo dei musicisti, a ciò che stavano vivendo. Andava studiato fino in fondo per capire tutti i messaggi più o meno nascosti. Con l’avvento del CD questo è scomparso, naturalmente, e mi piace paragonare le copertine all’epoca dei manifesti della Belle Epoque. Era pur sempre un Packaging commerciale, cioè doveva vendere un prodotto, il disco, ma evidentemente c’era l’arte dentro.

Enzo Gentile: Quando ho saputo di questo libro me ne sono appassionato e ci siamo scambiati qualche idea. Conoscevo qualcosa dei dischi proposti da Mox, mentre altre cose, l’esordio discografico di Nada, non le andrò mai ad ascoltare! Tutto il mio interesse nasce dal fatto che in quel periodo conoscevamo principalmente i 45 giri, perché gli album erano relegati negli “angoli per giovani” di pochi negozi. Conoscevamo solo qualche copertina e copertine come quella dei Blind Faith oggi non sarebbero concepibili, figuriamoci allora. Era l’anno di Woodstock, ma noi eravamo ancora ai jukebox e i mangiadischi in spiaggia. Infatti i dischi più venduti di quell’estate furono Lisa dagli Occhi Blu di Mario Tessuti e Je T’aime Moi Non Plus che fu, naturalmente, censurata! Anche in testa alla hit parade, poteva essere solo nominata, ma non eseguita. Quindi l’idea di poter scoprire, anni dopo, tutti questi dischi, centinaia, è una vera rivelazione. Il valore di queste pagine sta nei dettagli riguardanti dischi molto meno conosciuti rispetto ai Beatles o Led Zeppelin, che brillano oggi come allora di luce propria, e quindi è anche giusto che vengano approfonditi e apprezzati cinquant’anni dopo.

  • facebook
  • googleplus
  • twitter
  • linkedin
  • linkedin
  • linkedin