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Sulle corde di David Paton – a colloquio con lo storico bassista dell’Alan Parsons Project

  • by Guido Bellachioma
  • 6 Months ago

Il mondo di Alan Parsons non ha praticamente segreti per l’autore dell’articolo, che ha dedicato le proprie attenzioni anche agli artisti che sono legati al Project, come Paton (1975-1985). Ferrua ha all’attivo due libri sull’artista inglese: L’occhio nel cielo (2015) e Sul viale dell’ammoniaca (2019). Il bassista/cantante scozzese, che ha collaborato con Camel, Kate Bush, Fish, Rick Wakeman, Elton John e tanti altri, ci racconta un po’ di storie che non sono state già incluse nell’intervista del numero 30 di Prog Italia, ora in edicola

Testo: Francesco Ferrua

Suonasti con l’Alan Parsons Project per la prima e unica apparizione live, avvenuta al festival belga Night Of The Proms (25 ottobre 1990). In quell’occasione cantasti Old And Wise e suonasti la chitarra acustica.

Alan mi chiamò e mi parlò del concerto. Pensai: “Finalmente vuole suonare dal vivo!!!”. Ma dopo quella serata non venni più contattato.

Assieme al chitarrista Ian Bairnson sei uno di quelli che ha fatto maggiore opera di convincimento nei confronti di Alan ed Eric Woolfson nel portare dal vivo le loro musiche. Inutilmente, almeno fino all’inizio della carriera solista di Alan con TRY ANYTHING ONCE e il primo vero tour nel 1994. Non fosti contattato per prendere parte alla band live? Come mai non c’è mai stata l’occasione di suonare nuovamente per Alan dopo il Night Of The Proms, contrariamente a quanto accaduto ad altri membri come Ian Bairnson, Stuart Elliott, Richard Cottle e Andrew Powell?

Non ho mai capito perché non mi chiesero di suonare con loro. In ogni caso, dopo aver sentito gli incubi raccontati da Stuart e Ian, sono lieto di non aver partecipato a quei concerti. Forse i miei angeli custodi hanno vegliato su di me.

Posso domandarti quali storie ti hanno raccontato Ian e Stuart riguardo quel tour?

Mi è stato riferito che l’agente scappò con tutti i soldi, così nessuno venne pagato. Questo è quanto fu raccontato loro. Sarà vero? Qualcun altro sottrasse il denaro e non li pagò?

Negli ultimi anni hai realizzato due Cd tributo al Project, dove reinterpreti alcuni dei più grandi successi. Nonostante tutto, sembri nutrire un forte sentimento nei confronti del progetto e, in particolare, molte tue dichiarazioni lasciano intendere ammirazione profonda e sincera gratitudine verso Woolfson.

Ho provato a dare manforte nel rendere chiaro che la mente dietro il Project era Eric Woolfson. Egli era completamente responsabile della musica, delle tematiche di ogni album, dell’artwork, dei musicisti e gestiva i rapporti con l’etichetta discografica. Alan ha scritto una manciata di brani strumentali ma quello è stato il suo unico contributo in termini musicali. Pensavo fosse ingiusto che Eric non venisse rinonosciuto o che non gli venisse dato credito per il suo ruolo di creatore dell’Alan Parsons Project. Inoltre, Ian si arrabbiò molto per il fatto che Alan scelse di continuare a suonare dal vivo senza di lui, fu davvero devastato da quella decisione. Nel 2014 a Ian fu diagnostico un problema di demenza, così proposi a lui che avremmo potuto registrare alcune canzoni assieme, per puro divertimento. Eravamo felici di collaborare nuovamente, così finimmo per realizzare l’album. Venne publicato il giorno del compleanno di Ian, in segno di tributo a lui oltre che a Eric.

Molti lavori nei quali appari come session man, tra il finire degli anni 70 e i primi 80, ti vedono suonare sotto la produzione del grande Andrew Powell (Stomu Yamash’ta, Stray, Leo Sayer, Donovan, Chris De Burgh, Elaine Paige, Chris Rea, Kate Bush). Cosa puoi dirci del tuo legame con lui?

Andrew era amico di Alan. Aveva arrangiato l’orchestra per Magic e altre canzoni dei Pilot. Avevamo stretto una buona amicizia e ci tenevamo in contatto regolarmente. Andrew mi chiamava sempre per interessanti session. Ci incontriamo ancora e ho lavorato con lui per un progetto presso i Real World Studios di Peter Gabriel proprio alcuni anni fa. Ho grande rispetto di lui e delle sua capacità musicali.

Hai all’attivo anche diversi album solisti, per lo più autopubblicati e venduti direttamente sul tuo sito web. Come vedi il futuro dell’industria discografica? Sembri essere uno che ancora crede, fortunatamente, nel supporto fisico e non nella cosiddetta musica liquida.

Preferirei non predire il futuro della musica. Oggigiorno faccio download come chiunque altro, ma preferisco pubblicare ancora Cd fisici.

Tra il finire degli anni 80 e i primi 90 hai prestato servizio per alcuni artisti italiani, come Ron, Renato Zero e i Matia Bazar. Cosa ricordi di queste esperienze?

Amo la musica italiana. Ascoltare Puccini resta per me un’esperienza emozionante. Mio padre mi introdusse all’opera in tenera età. Pagliacci di Leoncavallo ebbe un grande influenza su di me quando lui mi spiegò la storia. Lavorare con Ron ha avuto un simile impatto. APRI LE BRACCIA E POI VOLA (1990), l’album in cui ho suonato, resta uno dei miei preferiti. Trascorrere del tempo a Genova fu un grande piacere.

E quali sono gli album ancora oggi a cui ti senti più legato?

Mi sono piaciuti tutti gli album ai quali ho preso parte. Li conosco bene e mi danno piacere. Non sempre è il mio basso ciò che ascolto, mi piace vivere la musica come farebbe un ascoltatore… nel suo complesso.

Cosa c’è nel futuro musicale di David Paton?

C’è il creare in studio. Lavorare con gli Sheep è stata una sfida e un grande divertimento. È un album al quale ho dato un sacco di input. Sono autore o co-autore delle canzoni assieme ai miei amici giapponesi, inoltre canto tutti i brani, suono il basso e la chitarra; sono felice di questa collaborazione. Anche il mio prossimo album solista sta prendendo forma, ho già scritto il 60% delle canzoni. Dunque, non abbandonerò tanto presto il lavoro in studio.

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